Martedì, 21 Ottobre 2014 09:59

Unzione degli infermi

Introduzione

L’unzione degli infermi, con la quale la Chiesa raccomanda al Signore sofferente e glorificato i fedeli gravemente infermi affinché li sollevi e li salvi, viene conferita ungendoli con olio e pronunciando le parole prescritte nei libri liturgici (CJC, 998; cf LG, 11).

Tutti, anche i credenti in Cristo, conoscono e avvertono la gravità del problema del dolore e della malattia; ma chi è illuminato e sorretto dalla fede può conoscerne il valore e sopportarne il peso con animo più forte e sereno. I cristiani sanno, dall’insegnamento di Gesù, quale sia l’origine, il significato e il valore della sofferenza per la salvezza propria e del mondo, e come, nella malattia, Cristo stesso sia accanto a loro per conformarli a sé.

 

L’istituzione
Gesù è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno (cf Mc 2,17). La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge al punto di identificarsi con loro: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36). Gesù rende partecipi i suoi discepoli del suo ministero di compassione e di guarigione: “Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1), e comanda: “Guarite gli infermi” (Mt 10,8); “E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6,12-13).

Il Signore risorto annunzia: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni..., imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,17-18).

L’Apostolo Giacomo, nella lettera indirizzata alle “dodici tribù disperse nel mondo” (Gc 1,1), cioè ai cristiani di origine giudaica dispersi tra le nazioni pagane, scrive: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5,14-15).

Con tale esortazione S. Giacomo non intendeva proporre qualcosa di nuovo ai destinatari della lettera, ma richiamarli alla celebrazione di un rito di cui già conoscevano i particolari, il significato e il valore. Se l’Apostolo avesse voluto introdurre un nuovo rito, i capi della comunità cristiana non avrebbero potuto cogliere da un così scarso cenno sufficienti istruzioni sul modo di comportarsi.

L’esortazione dell’Apostolo suppone perciò una prescrizione orale di Gesù Cristo, tanto più perché riguarda un rito che produce la grazia, che gli Apostoli non avrebbero potuto introdurre se non per mandato del Signore.


La celebrazione

La benedizione dell’olio per gli infermi viene fatta normalmente dal Vescovo al giovedì della settimana santa. Qualora il sacerdote dovesse benedire l’olio durante il rito del conferimento del sacramento, può recarlo lui stesso o farlo preparare dai familiari dell’infermo in un piccolo recipiente adatto. L’olio benedetto, eventualmente avanzato dopo la celebrazione, dev’essere bruciato aggiungendovi cotone idrofilo (Rito, 21-22).

Il sacramento dell’unzione degli infermi si conferisce agli ammalati che sono in serio pericolo, ungendoli sulla fronte e sulle mani e pronunciando, per una volta soltanto, queste parole: “Per questa santa unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo. R/ Amen. E, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi. R/ Amen”. È possibile anche la celebrazione comunitaria di tale sacramento cioè per più infermi contemporaneamente e adeguatamente preparati e ben disposti (CJC, 1002; cf Rito, 16-17).

 

Il ministro

Amministra validamente il sacramento dell’unzione degli infermi ogni sacerdote e soltanto il sacerdote (cf Concilio di Trento: DS, 1697 e 1719).

Nel preparare il rito e nel predisporne lo svolgimento, il sacerdote s’informi sulle condizioni dell’infermo, per tenerne conto nel modo di ordinare l’insieme, nella scelta della lettura biblica e delle orazioni, per la celebrazione o meno della Messa, per l’eventuale amministrazione del viatico, ecc. Tutto questo il sacerdote dovrà, per quanto possibile, concordano con l’infermo o con i suoi familiari, approfittando dell’occasione per spiegare il significato e il valore della celebrazione. A qualunque sacerdote è lecito portare con sé l’olio degli infermi, per essere in grado di amministrare, in caso di necessità, il sacramento (cf CJC,1003; Rito, 37).


Gli effetti dell’unzione

1. Il sacramento per gli infermi ha l’efficacia di un profondo lavacro interiore capace di alleviare lo stesso male fisico, se ciò rientra nei disegni di Dio ed è utile alla vita spirituale dell’infermo. Per la grazia dello Spirito Santo, il sacramento dell’unzione “lava i delitti, che siano ancora da espiare, toglie i residui del peccato e reca sollievo e conforto all’anima del malato, suscitando in lui una grande fiducia nella misericordia del Signore, per cui l’infermo, così risollevato, sopporta meglio i fastidi e i travagli della malattia e più facilmente resiste alle tentazioni del demonio e riacquista talvolta la stessa salute del corpo, quando ciò convenga alla salute dell’anima” (Concilio di Trento: DS, 1696).
La sacra unzione rimette anche i peccati mortali se l’infermo è almeno attrito e non è in grado di confessarsi. Chi però ha ottenuto il perdono di peccati gravi mediante l’unzione degli infermi, deve, se e appena gli sarà possibile, ricorrere al sacramento della penitenza.

L’unzione degli infermi “porta a compimento la nostra conformazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, iniziata dal battesimo. Essa completa le sante unzioni che segnano tutta la vita cristiana: quella del battesimo aveva suggellato in noi la vita nuova; quella della confermazione ci aveva fortificati per il combattimento di questa vita. Quest’ultima unzione munisce la fine della nostra esistenza terrena come di un solido baluardo in vista delle ultime lotte prima dell’ingresso nella Casa del Padre” (CCC, 1523).

 

2. Nel prendere cura degli infermi, la Chiesa presta servizio a Cristo stesso nelle membra sofferenti del suo Corpo mistico, e seguendo l’esempio del Signore Gesù, che passò beneficando e risanando tutti, obbedisce al suo comando di aver cura dei malati (cf Mc 16,18).

Celebrando il sacramento dell’unzione, la Chiesa dà ragione della speranza che è in noi (cf 1Pt 3,14) e dei beni che non tramontano. Particolarmente a coloro che soffrono e piangono, la Chiesa intende ripetere, come Paolo (cf 1Ts 4,13), il messaggio della risurrezione, affinché non abbiano ad affliggersi come gli altri che non hanno speranza (cf CEI, Evangelizzazione e sacramento dell’unzione degli infermi, 12 luglio 1974).

 

 

 

 

Chi riceve il sacramento dell’unzione

1. L’unzione degli infermi può essere amministrata al fedele che, raggiunto l’uso di ragione, per malattia o vecchiaia, comincia a trovarsi in pericolo di vita. Il sacramento va conferito a quegli infermi che, mentre erano nel possesso delle proprie facoltà mentali, l’abbiano chiesto almeno implicitamente; ma non a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto. Il sacramento della sacra unzione può essere ripetuto se l’infermo, dopo essersi ristabilito, è ricaduto nuovamente in una grave malattia o se, nel decorso della medesima malattia, il pericolo è divenuto più grave (cf CJC, 1004-1007).

 
2. Il sacramento della sacra unzione non è soltanto per coloro che si trovano in estremo pericolo di vita; perciò il tempo opportuno per riceverlo ha già inizio quando il fedele, per malattia o per vecchiaia, comincia a essere in pericolo di morte (cf SC, 73). Molto opportunamente, quindi, alla precedente denominazione “estrema unzione” è stata sostituita quella di “unzione degli infermi”. Si può, pertanto, conferire il sacramento della sacra unzione: prima di un’operazione chirurgica, quando motivo dell’operazione è un male pericoloso; ai vecchi, per l’indebolimento accentuato delle loro forze, anche se non sono affetti da alcuna grave malattia (cf Rito, 10-11).

Il soggetto idoneo a ricevere il sacramento dell’unzione non è l’anziano in quanto tale; ma quanti, fanciulli, giovani o vecchi, sono gravemente ammalati o in reale, non semplicemente presunto, pericolo di morte.

Nella catechesi si insista nell’educare i fedeli a chiedere essi stessi, appena verrà il momento, il sacramento della sacra unzione, e a riceverla con fede, devozione e animo sereno senza indulgere alla cattiva e radicata consuetudine di rimandarla a quando l’infermo è in stato di incoscienza.

Se il sacerdote viene chiamato quando l’infermo è già morto, raccomandi il defunto al Signore, perché gli conceda il perdono dei peccati e lo accolga nel suo regno; ma non gli dia l’unzione. Solo nel dubbio che il malato sia veramente morto, gli può dare il sacramento sotto condizione (cf Rito, 13-15).

 

Il viatico

1.  A coloro che stanno per lasciare questa vita, la Chiesa offre, oltre all’unzione degli infermi, il viatico (senso letterario: provvista per il viaggio) del corpo e sangue di Cristo, che fortifica il fedele e lo munisce del pegno della risurrezione: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). L’Eucaristia diventa così sacramento di passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre (cf Gv 13,1).

La Chiesa annette grande importanza al viatico poiché esso è segno di speciale partecipazione al mistero pasquale della morte del Signore e del suo transito al Padre, ed è pegno e germe della risurrezione gloriosa con Cristo. Già dai primissimi tempi, la Chiesa usò dare l’Eucaristia come “viatico” ai cristiani prossimi al martirio o comunque in punto di morte. Ricevere il viatico è testimoniare in modo significativo quella fede nella vita eterna di cui il cristiano è erede dal giorno del suo battesimo (cf Rm 8,17).

 

2. Ministri ordinari del viatico sono il parroco e ogni sacerdote. In mancanza di un sacerdote, può recare il viatico anche un diacono o un altro fedele, uomo o donna, qualora abbia ricevuto dal Vescovo l’autorizzazione a distribuire ai fedeli l’Eucaristia. In questo caso, il diacono usi il rito stesso descritto nel rituale, gli altri ricorrano al rito di cui si servono abitualmente nel distribuire la comunione.

 

Le esequie

1. Le esequie ecclesiastiche, con le quali la Chiesa impetra l’aiuto spirituale per i defunti e ne onora i corpi, e insieme arreca ai vivi il conforto della speranza, devono essere date a fedeli a norma del diritto ed essere celebrate a norma delle leggi liturgiche (CJC, 1176, 1-2).

Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche:

1° quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici;

2° coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana;

3° gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.

Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare (CJC, 1184).


2. La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana (CJC, 1176, 3). La Chiesa permette la cremazione quando risulta che essa è chiesta con animo onesto e per gravi cause, specialmente di ordine pubblico; ma ha però stabilito che deve essere usata ogni cura perché sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli.

Per quanto riguarda le esequie, la Congregazione per il Culto divino ha disposto che a coloro che avessero scelto la cremazione del loro cadavere si può concedere il rito delle esequie cristiane, a meno che la loro scelta non risulti dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana. Le esequie devono essere celebrate secondo il rito in uso nella regione, in modo però che non resti offuscata la preferenza della Chiesa per la sepoltura dei corpi, come il Signore stesso volle essere sepolto, e sia evitato il pericolo di ammirazione o di scaldalo da parte dei fedeli (Rito delle esequie, 21 settembre 1974, Introduzione,  15).



Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco

Frasi di San Francesco da Paola

  • La devozione non sta nelle pezze ma nelle buone opere. 

  • Amate Dio sopra ogni creatura, ed il prossimo; abbiate la mente rivolta a Cristo, che per la sua grande clemenza vi renderà buoni nella vita dell’anima.

  • Chi ben fa sempre prega.

  • Invano si comincia il bene se lo si lascia prima della morte; la corona vien data in premio solo ai perseveranti.

  • Per carità di Dio!...

  • Tutto ciò che facciamo per amore di Dio è possibile e facile, perché Gesù Cristo benedetto sempre supplisce a ciò che manca alle nostre deboli forze. 

  • Abbiate ferma fede. Abbiate grande fede in Gesù Cristo.

  • Ti accompagni sempre la grazia di Gesù Cristo benedetto che è il più grande e il più prezioso di tutti i doni. 

  • Vedete, fratelli, quanto il nostro buon Dio ama la pace; amatela, miei cari, anche voi, e conservatela ad ogni costo, detestando sempre gli odi e le discordie, perché siamo tutti figli del Dio della pace e della carità.

  • Ciò che nascondiamo al mondo non si può nascondere a Dio: convertitevi sinceramente.

  • L’orazione pura e assidua dei giusti è una grande forza, e, come fedele ambasciatore, compie il suo mandato penetrando là dove non può arrivare la carne.

  • Cercate di vivere nel bene, con ogni bontà e purità, nel santo timor di Dio. 

  • A chi ama Dio tutto è possibile.

  • Benedetto sia il Signore che si è degnato soccorrerci nella nostra necessità e usarci misericordia. 

  • Il Nome di Gesù è dolcissimo; fa parlare i muti … Questo è il Nome al quale genuflettono Cielo, terra e inferno. 

  • Lo Spirito Santo sia sempre infuso nella vostra anima.

  • La preghiera, la contemplazione delle cose celesti sono il vero e più naturale nutrimento della nostra anima, le sue sole delizie e la suprema felicità.

  • L’eterno Dio Padre, il Figlio suo Gesù Cristo e la gloriosa sua Madre la Vergine Maria vi aiutino sempre e vi guidino alla salvezza dell’anima e del corpo, e vi facciano progredire di bene in meglio fino alla fine.

  • Amatevi a vicenda e fate tutto in carità.

  • La pace è una santa mercanzia che non si compra se non a prezzo assai caro. 

  • La povertà di spirito è rinuncia alle preoccupazioni temporali e all’affanno di questa vita transitoria; è spianarsi il camino verso Dio; è astrazione della giustizia terrena, fedele osservanza della legge divina, fondamento di pace e di intemeratezza.