Giovedì, 27 Giugno 2013 21:31

Il Deserto

Il deserto assume nella S. Scrittura diversi significati:

* luogo della lontananza da Dio;

* luogo dell’incontro dell’uomo con Dio.

 

Il deserto non è solo un luogo topografico, ma indica tutto ciò che sa di silenzio, di ritiro, di preghiera e di contemplazione. Anche S. Francesco ha fatto l’esperienza del deserto quando volle ritirarsi in solitudine per fare esperienza eremitica. Ma anche quando comprese che il Signore lo chiamava ad un altro progetto, non sono mancati nella vita di S. Francesco momenti di solitudine. Questi momenti di “deserto” non erano il segno di una chiusura all’altro, quasi di una patologia, ma servivano per approfondire sempre più la comunione con Dio, mediante la preghiera. L’esperienza di comunione con Dio, così vissuta,  ha arricchito s. Francesco e lo ha preparato alla missione. Solo così egli ha potuto parlare di Dio e testimoniarlo con la vita. Comprendiamo allora perché l’Anonimo ha potuto scrivere nella biografia del Santo che tutti coloro che a lui ricorrevano per qualunque necessità, se ne ritornavano soddisfatti per le risposte ricevute, ma soprattutto perché avevano incontrato un vero uomo di Dio.

Il deserto, è quindi, il luogo dell’incontro con Dio. L’uomo di oggi ha tanti “deserti” dove incontra Dio. Dio viene incontrato nella Parola ma soprattutto nei sacramenti.       

Questi sono segni sacri, o meglio, SEGNI EFFICACI DELLA GRAZIA, perché istituiti da Gesù per la nostra salvezza. Essi realizzano e consolidano l’alleanza tra Dio e l’umanità.

La Chiesa conferisce i sacramenti attraverso i suoi MINISTRI, i quali operano in nome di Cristo: infatti nei sacramenti è CRISTO che agisce per mezzo dello Spirito Santo. In questo modo Gesù, attraverso la Chiesa, continua a essere presente in mezzo agli uomini.

I sacramenti sono costituiti da due elementi essenziali: il SEGNO che è l’elemento sensibile, e la PAROLA, cioè la parola di Gesù e le formule che accompagnano il segno esterno, rendendolo sacramento, perché ne precisano il significato soprannaturale.

 I sacramenti realizzano la SANTIFICAZIONE PERSONALE, poiché donano la grazia sacramentale; e configurano a Cristo. Pertanto esigono, da parte di chi vi si accosta, la testimonianza della propria fede. Per questo, perché non restino senza frutto, devono essere accolti con fede, sapendo ciò che si riceve e preparandosi degnamente. I sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine possono essere ricevuti solo una volta, poiché donano una grazia particolare e permanente che imprime nell’anima un sigillo indelebile chiamato CARATTERE. 

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Domenica, 28 Aprile 2013 23:00

Via Crucis - La Storia

Alcuni fanno risalire la storia di questa devozione alle visite di Maria, madre di Gesù, presso i luoghi della Passione a Gerusalemme, ma la maggior parte degli storici riconosce l'inizio della specifica devozione a Francesco d'Assisi o alla tradizione francescana.
Intorno al 1294, Rinaldo di Monte Crucis, frate domenicano, racconta la sua salita al Santo Sepolcro "per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem", per varie tappe, che chiama stationes: il luogo della condanna a morte di Gesù, l'incontro con le pie donne, la consegna della croce a Simone di Cirene, e gli altri episodi della Passione fino alla morte di Gesù sulla Croce.
Originariamente la vera Via Crucis comportava la necessità di recarsi materialmente in visita presso i luoghi dove Gesù aveva sofferto ed era stato messo a morte. Dal momento che un tale pellegrinaggio era impossibile per molti, la rappresentazione delle stazioni nelle chiese rappresentò un modo di portare idealmente a Gerusalemme ciascun credente. Le rappresentazioni dei vari episodi dolorosi accaduti lungo il percorso contribuivano a coinvolgere gli spettatori con una forte carica emotiva.
Tale pratica popolare venne diffusa dai pellegrini di ritorno dalla Terrasanta e principalmente dai Minori Francescani che, dal 1342, avevano la custodia dei Luoghi Santi di Palestina. Inizialmente la Via Crucis come serie di quattordici "quadri" disposti nello stesso ordine (vedi il capitolo seguente) si diffonde in Spagna nella prima metà del XVII secolo e venne istituita esclusivamente nelle chiese dei Minori Osservanti e Riformati. Successivamente Clemente XII estese, nel 1731, la facoltà di istituire la Via Crucis anche nelle altre chiese mantenendo il privilegio della sua istituzione al solo ordine francescano.
Uno dei maggiori ideatori e propagatori della Via Crucis fu San Leonardo da Porto Maurizio, frate minore francescano che ne creò personalmente alcune centinaia. Al fine di limitare la diffusione incontrollata di tale pratica devozionale, Benedetto XIV ricorse poco dopo ai ripari stabilendo, nel 1741, che non vi potesse essere più di una Via Crucis per parrocchia.
La collocazione delle stazioni all'interno della chiesa doveva rispondere a norme di simmetria ed equidistanza: il corretto espletamento delle pratiche devozionali consentiva di acquisire le stesse indulgenze concesse visitando tutti i Luoghi Santi di Gerusalemme.
Oggi tutte le chiese cattoliche dispongono di una "via dolorosa", o almeno di una sequenza murale interna. Il numero e nomi delle stazioni cambiarono radicalmente in diverse occasioni nella storia della devozione, sebbene l'elenco corrente di quattordici stazioni ora sia quasi universalmente accettato. L'ordine lungo le pareti non segue una regola precisa, può infatti essere indifferentemente orario o antiorario. Secondo un documento della diocesi di Nanterre "l'ordine più diffuso è quello antiorario, ma non c'è una regola generale".

Le Stazioni della Via Crucis che è arrivata a noi come tradizionale sono le seguenti:


Stazioni della Via Crucis, Chiesa di Notre Dame des Champs, Avranches
Gesù è flagellato,
Gesù è caricato della croce
Gesù cade per la prima volta
Gesù incontra sua Madre
Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
Gesù cade per la seconda volta
Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
Gesù cade per la terza volta
Gesù è spogliato delle vesti
Gesù è inchiodato sulla croce
Gesù muore in croce
Gesù è deposto dalla croce
Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Il carattere devozionale di alcune delle stazioni tradizionali, da una parte, e l'assenza di momenti significativi dei racconti evangelici, dall'altra, hanno portato a elaborare schemi alternativi di Via Crucis, articolate secondo il Vangelo.
A livello gerarchico, tale proposta appare per la prima volta nel Libro del Pellegrino che veniva offerto in occasione dell'Anno Santo del 1975: vi si trovava lo schema tradizionale e anche lo schema biblico.
Nel 1991 la tradizionale Via Crucis di Giovanni Paolo II al Colosseo fu fatta secondo lo schema seguente:
Gesù nell'orto degli ulivi (Marco 14,32-36)
Gesù, tradito da Giuda, è arrestato (Marco 14,45-46)
Gesù è condannato dal sinedrio (Marco 14,55.60-64)
Gesù è rinnegato da Pietro (Marco 14,66-72)
Gesù è giudicato da Pilato (Marco 15,14-15)
Gesù è flagellato e coronato di spine (Marco 15,17-19)
Gesù è caricato della croce (Marco 15,20)
Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce (Marco 15,21)
Gesù incontra le donne di Gerusalemme (Luca 23,27-28)
Gesù è crocifisso (Marco 15,24)
Gesù promette il suo regno al buon ladrone (Luca 23,39-42)
Gesù in croce, la madre e il discepolo (Giovanni 19,26-27)
Gesù muore sulla croce (Marco 15,33-39)
Gesù è deposto nel sepolcro (Marco 15,40-46)
Da alcuni anni è questo lo schema di tale cerimonia.
La quindicesima stazione [modifica]
A volte la Via Crucis viene terminata con una quindicesima stazione, la Risurrezione di Gesù. Chi la aggiunge lo fa nell'idea che la preghiera cristiana nella contemplazione della passione non può fermarsi alla morte, ma deve guardare al di là, allo sbocco di cui i Vangeli ci parlano, alla risurrezione.
La tendenza è però quella di evitare tale stazione, e di limitarsi ad annunciare la risurrezione in una qualche riflessione o preghiera finale, in maniera che la Via Crucis rimanga una meditazione della passione.
In molti paesi sta diventando tradizione celebrare la Via Lucis nel tempo pasquale, come meditazione gioiosa della risurrezione di Cristo.

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Domenica, 28 Aprile 2013 22:58

Gesu' di Nazareth - Il Libro

Gesù di Nazaret è il primo libro pubblicato da papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) dopo la sua nomina a pontefice. Si tratta di un saggio sulla figura storica di Gesù Cristo.
In copertina compaiono due firme: quella di Joseph Ratzinger e di Benedetto XVI, caratteristica non presente nei libri dei predecessori e che serve a ribadire che il volume non è un atto di magistero, com'è stato ribadito precedentemente e successivamente alla sua pubblicazione, ma soltanto il punto di vista del "credente Joseph Ratzinger" sulla figura di Cristo.
Secondo la classifica delle librerie Arnoldo Mondadori Editore è stato il libro più venduto in Italia nel mese di aprile 2007.

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Domenica, 28 Aprile 2013 22:41

Riconciliazione

Il Sacramento della Riconciliazione

Introduzione
Il cristiano è chiamato a essere strumento di pace e di riconciliazione; possiamo esserlo se noi per primi siamo riconciliati con Dio e con i fratelli. Essere riconciliati vuol dire vivere in comunione con Dio e con il prossimo. La Chiesa, attraverso l’annuncio della parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti, ci aiuta a vivere riconciliati. Gesù è venuto incontro a questo desiderio, o meglio, a questa necessità dell’umanità, istituendo, in particolare, il sacramento della Riconciliazione. Attraverso di esso Gesù dimostra come l’amore di Dio sia pronto a perdonare ogni peccato, pur di accogliere un figlio che, sinceramente pentito, ritorna a lui. Questo è l’insegnamento che possiamo trarre dalla parabola a noi nota come quella del figliol prodigo.

La storia della salvezza è una storia costellata di peccato e di riconciliazione; il popolo si allontana da Dio, ma Dio, da buon Padre, va a cercare i suoi figli, offrendogli sempre la possibilità del ritorno. Perché «Dio è amore» (1Gv 4,8), ed è «ricco di misericordia» (Ef 2,4); la riconciliazione è un donodi Dio, segno del suo infinito amore, che solo l’uomo può rifiutare. Ma perché vi sia una profonda riconciliazione occorre rifiutareil peccato e la sua conseguenza, convertendola propria vita a Dio. Nella nostra società non è facile parlare di perdono, di misericordia, di riconciliazione; sono termini scomodi, fuori moda, perché purtroppo le notizie che divulgano i mezzi di comunicazione sociale parlano spesso di vendetta, di odio, di rancore, ecc. L’umanità nel suo cammino storico avverteil bisogno di sentirsi perdonata e di perdonare, perché il perdono favorisce la riconciliazione ed è indispensabile per vivere insieme; il peccato, invece, produce un senso di disagio, di incompiutezza nel cuore degli uomini. Nella misura che viviamo in comunione con Dio e con il prossimo, siamo più autentici come cristiani e la nostra stessa vita è più serena. Per vivere la riconciliazione ci vuole l’umiltà di riconoscerei propri sbagli e i propri limiti, chiedendo perdono a Dio e ai fratelli. Dobbiamo vivere ciò che chiediamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori... » (Mt 6,12).

Gesù si è fatto uomo per presentare il volto del Padre e, con il suo sacrificio sulla croce, salvare l’umanità dal peccato e riconciliarlacon Dio, poiché è «l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). La croce di Cristo rappresenta il culmine dell’amore misericordioso di Dio verso l’umanità. San Paolo scrive: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2Cor 5,18). Gesù presenta Dio come il Padre misericordioso che attende sempre il ritorno dei figli, pronto a donare il suo perdono. Egli mostra il volto misericordioso del Padre quando perdona l’adultera (cfr. Gv 8,11), la Maddalena (cfr. Lc 7,47), quando rimette i peccati al paralitico (cfr. Mt 9,2), quando, sulla croce, perdona i suoi carnefici (cfr. Lc 23,34). Ma, soprattutto, quando istituisce il sacramento della Riconciliazione, conferendoagli apostoli il potere di rimettere i peccati, agendo in suo nome (cfr. Gv 20,22-23).

La parabola del figliol prodigo è una meravigliosa catechesisulla riconciliazione. Questa parabola, in un certo modo, rappresentatutti noi quando ci allontaniamo da Dio, rompendo l’amicizia con lui, attratti dalle tentazioni e dalle lusinghe della vita. Sottolinea anche il desiderio di indipendenza da Dio, quando pensiamo di badare da soli a noi stessi. Al tempo stesso, mette in luce la grandezza dell’amore di Dio Padre pronto a correrci incontro e perdonare tutti i nostri peccati, riportandoci sempre alla dignità di figli di Dio. Gesù ci ricorda che la misericordia del Padre è infinita e perdona ogni peccato. Anche noi, sul suo esempio, dobbiamo perdonare sempre: «settanta volte sette» (Mt 18,22). Il perdono ridà fiducia e la forza di ricominciare: è amore che rialza e rimette sulla retta via. La riconciliazione deve suscitare la conversione, cioè il desiderio di cambiare vita per ritornare al Padre, perché noi siamo stati creati per vivere in comunione con Dio e con i fratelli.

 

 

 

DIVERSI NOMI PER SPIEGARE IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

Questo sacramento ha diversi nomi, secondo che si voglia sottolinearne un aspetto particolare. Innanzitutto è bene ricordare che insieme all’Unzione degli Infermi fa parte dei «sacramenti della guarigione», perché opera una vera e propria guarigione alivello spirituale, poiché estirpa le radici del peccato.

Comunemente viene chiamato sacramento della Confessioneper mettere in evidenza che dobbiamo confessare, cioè dire i nostri peccati al sacerdote, che in quel momento rappresenta Gesù che ci ascolta e ci consiglia, donandoci la sua misericordia.

Sacramento della Penitenza: con questo termine ricordiamo che questo sacramento ci deve portare al pentimento, facendo opere di penitenza per ciò che abbiamo commesso con i peccati.

Sacramento della Riconciliazione: è il termine che, meglio di ogni altro, ne spiega la finalità:
rimetterci in pace con Dio e con i fratelli. La vita cristiana darà i suoi frutti se vivremo riconciliati e in piena comunione con Dio e il prossimo.

Sacramento del Perdono: attraverso questo sacramento riceviamo il perdono di Dio che cancella tutti i peccati.

Sacramento della Conversione: questo sacramento ci rimette sulla strada giusta che porta a Dio, quindi orienta nuovamente la nostra vita verso Dio.

 

CIÒ CHE SI OPPONE ALLA RICONCILIAZIONE: IL PECCATO

Il grande intralcio verso la riconciliazione è il peccato. Oggi, purtroppo, non abbiamo più il senso del peccato, perché si è smarrito il confine tra il bene e il male: tutto si ritiene lecito, purché ci piaccia. La conseguenza è il disagio spirituale: non si vive più riconciliati con Dio e il prossimo. Il peccato è un atto di disobbedienza a Dio, è rompere la comunione con Dio e con i fratelli. Alla base del peccato vi è una grande mancanza di umiltà e di carità, perché si pensa di non avere bisogno di Dio e delle sue norme; pertanto è un atto di presunzione, di orgoglio e di ingiustizia nei confronti dei diritti altrui.

Il peccato grave o mortaleporta alla morte spirituale, cioè alla morte della vita divina, nel rifiuto di Dio e del suo progetto di amore. È un atto cercato consapevolmente, con piena volontà, come ci ricorda il catechismo: riguarda la materia grave ed è commesso con deliberato consenso e piena avvertenza. È una ribellione a Dio e alla sua volontà, che si concretizza nel rifiutare la sua alleanza. È una scelta fatta con il «cuore»: «Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, e false testimonianze, le bestemmie» (Mt 15,19). I peccati gravi vanno confessati.

Il peccato veniale èuna mancanza fatta senza la piena consapevolezza e la piena volontà di offendere Dio. Tende ad affievolire il fervore spirituale e la vita di comunione, offuscando il cammino verso Dio. I peccati veniali possono essere perdonati anche attraverso le opere di penitenza; però è bene confessarli.


LA CHIESA: STRUMENTO DI RICONCILIAZIONE

La Chiesanel suo cammino terreno, ha il compito di essere strumento di riconciliazione nella società attraverso la testimonianza di carità e di misericordia, e l’annuncio del Vangelo. Per fare questo, ha ricevuto da Gesù la missione di annunciare la parola di Dio e di celebrare i sacramenti, in questo modo è strumento, o meglio, sacramento di Riconciliazione, perché mette le persone in comunione con Dio Padre e con i fratelli. La Chiesa fa sua l’accorata supplica di san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!» (2Cor 5,20). Essa ci offre gli strumenti, le occasioni per riconciliarci con Dio, attraverso l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti. La Chiesa, prima di tutto, è chiamata a essere testimone del Vangelo, facendo suo il monito: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15); il Vangelo, poi, lo possiamo sintetizzare con i due comandamenti dell’amore: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,37-39). Con i sacramenti, segni istituiti da Gesù per salvarci, la Chiesa ci mette in comunione con Dio Padre. La Chiesa promuove la solidarietà, il dialogo, la carità, la fraternità, l’unità, tutti stili di vita che favoriscono la riconciliazione e lo sviluppo del regno di Dio. Ancora san Paolo scrive:
«Rivestitevi come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri» (Col 3,12-13).

 

I DIVERSI MODI CON CUI LA CHIESA CELEBRA LA RICONCILIAZIONE

Il sacramento della Riconciliazione; può essere celebrato in tre forme diverse:

1. La celebrazione individuale, quella più comune. La Chiesa invita a confessarsi almeno una volta l’anno: a Pasqua. Ciò vale per i cristiani più tiepidi. È bene, però, confessarsi nei momenti importanti dell’Anno liturgico: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua. In occasione anche delle feste legate alla propria comunità parrocchiale, per partecipare in pienezza alla celebrazione, accostandosi all’Eucaristia. Dobbiamo avvicinarci al sacramento della Riconciliazione ogni volta che siamo in peccato mortale.

2. La celebrazione comunitaria, ma con assoluzione individuale. Si raccomanda questa forma nei tempi forti dell’Anno liturgico: Avvento e Quaresima. Nella parte preparatoria, cioè nella parte comunitaria del rito, viene sottolineato il piano ecclesiale e di comunione del sacramento.

3. La celebrazione con confessione e assoluzione generale. Questa forma è legata a particolari situazioni di pericolo, in cui è prossimo il rischio della vita. Pertanto, è ammessa solo in casi veramente eccezionali.


L’INSEGNAMENTO DI GESÙ 

«Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,21-22).

«Pietro gli si avvicinò e gli disse “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22).

 

I MINISTRI

I ministri della Riconciliazione o Confessione sono il Vescovo e il sacerdote, essi rappresentano Cristo che perdona e cancella i peccati dei suoi fedeli. Il ministro, al termine del sacramento, impone la mano e pronuncia la formula di assoluzione che termina con le seguenti parole: «... E io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». In questo momento il penitente incontra la misericordia di Dio che cancella i suoi peccati.

IL SEGNO

Il segno di questo sacramento è costituito dagli atti del penitente:

  • L’esame di coscienza: è un guardare con sincerità alla nostra vita, alle nostre azioni, alla luce dei Comandamenti e delle parole di Gesù. La coscienza è la parte più intima di noi, che ci comanda di compiere il bene e di evitare il male.
  • Il dolore dei peccati (o contrizione): sottolinea il nostro pentimento interiore, che scaturisce dal capire il danno che arreca il peccato, poiché rompe la comunione con Dio e con i fratelli.
  • Il proponimento di non commetterli più: significa impegnarci a fondo per evitare le situazioni di peccato; la preghiera è fondamentale per non cadere nella tentazione.
  • L’accusa dei peccati: è la confessione dei peccati. È mettersi davanti a Dio con umiltà, riconoscendo le proprie mancanze. Se gli atti elencati in precedenza sono stati fatti con sincero desiderio di perdono, si dovrebbe evitare il rischio di una confessione fatta in modo meccanico, cioè un noioso e monotono elenco di peccati.
  • La penitenza o soddisfazione: è la riparazione imposta dal confessore per i peccati commessi che si concretizza nella preghiera e nelle opere di misericordia corporale e spirituale. Gesti di amore verso Dio e i fratelli, che devono sgorgare da un animo pieno di gratitudine per il dono appena ricevuto.

LA SUA AZIONE IN NOI

La Riconciliazione è posta tra i sacramenti di guarigione, guarisce la ferita del peccato e rimette il battezzato di nuovo nella vita di grazia e in comunione con la Chiesa. Questo sacramento, quindi, è l’incontro con Gesù che risana le ferite della nostra anima e, attraverso le parole del sacerdote, ci perdona e ci indica la strada del ritorno al Padre. Pertanto bisogna confessare il peccato mortale, peccato in materia grave voluto con la piena avvertenza e il deliberato consenso, cioè con la piena consapevolezza. La Chiesa raccomanda, ma non è necessario, di confessare anche il peccato veniale, lieve mancanza in materia non grave, che alla lunga distrae dal cammino verso Dio.

 

L’INSEGNAMENTO DELLA CHIESA

 

Dall’Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia di Giovanni Paolo II

 

LA CHIESA, GRANDE SACRAMENTO DI RICONCILIAZIONE

«La Chiesa ha la missione di annunciare la riconciliazione e di esserne il sacramento nel mondo. Sacramento, cioè segno e strumento di riconciliazione, è la Chiesa a diversi titoli, di diverso valore, ma tutti convergenti nell’ottenere ciò che la divina iniziativa di misericordia vuol concedere agli uomini. Lo è, anzitutto, per la sua stessa esistenza di comunità riconciliata, che testimonia e rappresenta nel mondo l’opera di Cristo. Lo è, poi, per il suo servizio di custode e di interprete della Sacra Scrittura, che è lieta novella di riconciliazione, in quanto fa conoscere di generazione in generazione il disegno d’amore di Dio e indica a ciascuno le vie dell’universale riconciliazione in Cristo. Lo è, infine, per i sette sacramenti, che in un modo proprio a ciascuno fanno la Chiesa. Infatti, poiché commemorano e rinnovano il mistero della Pasqua di Cristo, tutti i sacramenti sono sorgente di vita per la Chiesa e, nelle sue mani, sono strumento di conversione a Dio e di riconciliazione degli uomini» (RP 11).

 

PROMOZIONE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE

«Suscitare nel cuore dell’uomo la conversione e la penitenza e offrirgli il dono della riconciliazione è la connaturale missione della Chiesa, come continuatrice dell’opera redentrice del suo Fondatore divino. È, questa, una missione che non si esaurisce in alcune affermazioni teoriche e nella proposta di un ideale etico non accompagnata da energie operative, ma tende a esprimersi in precise funzioni ministeriali in ordine a una pratica concreta della penitenza e della Riconciliazione. A questo ministero, fondato e illuminato dai principi di fede sopra illustrati, orientato verso obiettivi precisi e sostenuto da mezzi adeguati, possiamo dare il nome di pastorale della penitenza e della riconciliazione. Suo punto di partenza è la convinzione della Chiesa che l’uomo, al quale si rivolge ogni forma di pastorale, ma principalmente la pastorale della penitenza e della riconciliazione è segnato dal peccato» (RP 23).

 

Dall’Enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II

 

LA CHIESA CERCA DI ATTUARE LA MISERICORDIA

«Gesù Cristo ha insegnato che l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma che è pure chiamato a usar misericordia verso gli altri: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). La Chiesa vede in queste parole un appello all’azione e si sfoga di praticare la misericordia. Se tutte le beatitudini del Discorso della montagna indicano la via della conversione e del cambiamento della vita, quella che riguarda i misericordiosi è, a tale proposito, particolarmente eloquente. L’uomo giunge all’amore misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli stesso interiormente si trasforma nello spirito ditale amore verso il prossimo» (DM 14).

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Domenica, 28 Aprile 2013 22:39

Luce che illumina i penitenti

Luce che illumina i penitenti

Papa Alessandro VI, nell’approvare la III Regola dei Frati, cosciente che con essa si chiudeva in modo definitivo la trattativa tra Francesco e la S. Sede sulla possibilità di scrivere una Regola nuova contro le deliberazioni del Concilio Lateranense IV, consegna   alla Chiesa la quinta Regola canonica. E poiché sa di andare contro le precedenti disposizioni della Chiesa, redatte per non creare confusione per il moltiplicarsi di Ordini religiosi, dichiara che la Regola di Francesco bisogna ritenerla ispirata da Dio e in linea con la tradizione dei Padri, tanto che Francesco non deve essere considerato come padre primario  di questa Regola, ma imitatore dei Padri e diligente seguace e innovatore delle loro lodevoli prescrizioni. In considerazione di ciò, aggiunse il Papa, si può essere certi che tale Regola non genererà nella Chiesa confusione, ma luce per illuminare le genti[1].    Tale espressione sarà modificata da Papa Giulio II nell’approvare la IV Regola dei Frati, poiché Francesco dopo aver parlato della vita religiosa in genere, presenta la vocazione specifica dei Minimi: nell’Ordine si entra solo per amore alla vita quaresimale  e con l’intento di fare maggiore penitenza. Giulio II allora definirà la Regola come luce che illumina i penitenti nella Chiesa[2] , contribuendo così a determinare anch’egli in maniera definitiva il carisma dell’Ordine. Que­sta definizione precisa i due elementi richiesti per chiarire il signifi­cato di ogni famiglia religiosa nella Chiesa:

* la sua identità: l'Ordine dei Minimi è di natura penitenziale. Esso ha scelto la sequela del Cristo penitente. Il significato di questa penitenza è prettamente evangelico; essa abbraccia cioè tutto l'uomo per renderlo capace e idoneo ad entrare in rapporto con Dio e met­tersi così al suo servizio. Una penitenza che abbraccia sia la via pu­rificationis, espressa con la classica fuga dal mondo, sia la via unio­nis, che è la tensione dell'uomo verso Dio. Sono termini classici del­la teologia spirituale, che elaborano l'appello evangelico: Converti­tevi e credete al vangelo (Mc 1, 15);

* la sua funzione nella Chiesa: l'Ordine dei Minimi diventa così un segno, una luce, che serve per ricordare a tutti che la penitenza è un impegno evangelico ineludibile. Nessuno può esimersi dall'osser­vanza di questo precetto, che il Signore lega in maniera indissolubile con l'annuncio del regno. La novità di vita portata dal vangelo può es­sere assunta dall'uomo solo attraverso un cambiamento di vita (= pe­nitenza). Chiunque si mette su questo cammino di conversione evan­gelica trova Francesco di Paola, la regola e la vita dei Minimi ad incoraggiarlo, a promuoverlo, a rafforzarlo nel suo proposito.

L'espressione e ripresa da Lc 2,32, dove l'evangelista vede in Gesù colui che era stato annunziato da Isaia (42,6; 49,6) come portatore di salvezza per tutte le nazioni. I Minimi, seguendo Cristo in spirito di umiltà, diventano annunziatori della salvezza divina. Cristo ha portato a compimen­to le promesse di Is 42,6 e 49,6, ma si serve di testimoni fedeli per attualizzare la sua salvezza nel corso dei tempi. I Minimi fanno parte di questa schiera di testimoni, e si inseriscono attivamente nella linea del compimento iniziato da Cristo.

In apertura della sua bolla Giulio II definisce i Minimi come coloro che, «morti al peccato, vivono per il Dio vero, avendo deposto i desideri mondani...» ". Questo ordine di idee è certamente biblico: lo troviamo in Gal 2,19; Col 2,20; 3,5-8; Tt 2,12: il cristiano, attraverso il battesimo, è «morto con Cristo agli elemen­ti del mondo» (Col 2,20), «per vivere per Dio» (Gal 2,19).

La bolla trasferisce il concetto ai religiosi minimi. Operare una scelta radicale per Cristo, è impegno di ogni cristiano, quindi anche dei religiosi, i quali differiscono dagli altri fedeli per il modo concreto di vivere e realizzare questa scelta.

Ancora, per il Pontefice, i Minimi sono «come bravi mietitori (cfr. Mt 13, 30.39)nel campo del Signore, come veri operai nella vigna divina (cfr. Mt 20, 1-16)per estirpare efficacemente ogni giorno l'erba dei vizi, e introdurre nella patria celeste le pecore del sacro gregge ingrassate ai pascoli della dottrina salutare» (cfr. Ger 3, 15; 23, 4; Ez 34, 23; Gv 10, 1-21). Mt 13, 3-39ha una forte connotazione escatologica: alla fine dei tempi gli angeli opereranno come mietitori esperti: raccoglieranno esepareranno la zizzania dal grano, i buoni dai cattivi, eli condurranno ciascuno al proprio destino.

Nella bolla invece, i frati sono impegnati ogni giorno ad offrire a Dio i frutti della propria attività. Essi inoltre sono come i pastori di cui parla Geremia (3, 15; 23, 4):guidano i fedeli loro affidati con la misericordia e la dedizione dell'unico vero Pastore, Cristo (cfr. Gv 10, 1-21).

La bolla allude ancora a Lc 2, 32:il vecchio Simeone riconosce nel bambino Gesù la «luce» portatrice di salvezza per tutti gli uomini.

L'Ordine dei Minimi viene presentato come «luce» e guida in quello che è il suo aspetto peculiare: la penitenza. I Minimi sono maestri e testimoni eccellenti per quanti, nella Chiesa, intendono imboccare la via della penitenza.

Abbandonato il secolo, essi intraprendono la sequela di Cristo secondo il proprio stile penitenziale, in umiltà d'animo enell'ascesi esteriore.

Il loro modo di vivere è per il popolo cristiano una guida e un incitamento al retto operare quotidiano e un segno chiaro della presenza del Regno di Dioin mezzo agli uomini.

Desidero a questo punto condividere con voi alcune considerazioni sulla pagina del Vangelo di s. Luca precedentemente citata. È la pagina della Presentazione al Tempio di Gesù che la Chiesa medita il 2 febbraio.

 

UN VECCHIO E UN BAMBINO Cerchiamo prima di tutto, di capire l’umanità di questo incontro. E’ la scena di un vecchio che abbraccia un bambino, di due generazioni che – in qualche maniera – si passano la fiaccola. Il vecchio abbraccia il bambino, e abbracciando il bambino sa di abbracciare il proprio futuro. E’ contento che tra le sue braccia si sveli il segreto della vita che continua. Lui ha sperato, ha creduto: ora la sua speranza è qui, piccola come un bambino, ma piena di vitalità e di avvenire. C’è qualcosa di profondamente umano in questo incontro: l’uomo gioisce che altri continuino la propria opera, gioisce del fatto che, pure nella propria decadenza, vi sia un risveglio, un rinnovo, qualcosa che va avanti. Se questo episodio del vangelo ci insegnasse soltanto questo, sarebbe già molto valido per la vita.  Il vecchio Simeone rappresenta così ciascuno di noi di fronte alla novità di Dio. La novità di Dio si presenta come un bambino e noi, con tutte le nostre abitudini, paure, timori, invidie, preoccupazioni, siamo di fronte a questo bambino, alla novità di Dio. Lo abbracceremo, lo accoglieremo, gli faremo spazio? Questa novità entrerà davvero nella nostra vita o cercheremo di mettere insieme  vecchio e nuovo cercando di lasciarci disturbare il meno possibile dalla presenza della novità di Dio? Davvero credo alla novità di Dio, sono pronto ad accoglierla? E’ un primo momento di preghiera.”Signore fa’ che ti accolga come il nuovo nella mia vita, che io  non abbia paura di te, che non ti voglia incasellare nei miei schemi ed abitudini, che mi lasci trasformare dalla novità della tua presenza. Fa’, o Signore che, come Simeone, io ti accolga nella tua novità, in ogni cosa che, intorno a me, è vera, nuova e buona. Che io ti accolga in tutti bambini di questo mondo, in ogni vita, in ogni fermento di novità che tu metti intorno a noi, nella nostra società, nel mio cuore.”

 

E’ UN MESSAGGIO DI SALVEZZA PROPRIO PER ME Se ripetiamo e lasciamo risuonare dentro di noi le parole di Simeone ci accorgiamo che sono le parole chiave dell’esperienza di salvezza: luce, Parola di Dio, salvezza, pace, gloria, Israele, le genti… Abbiamo qui in tre righe, un compendio dei salmi e della fede dell’Antico Testamento: la salvezza di Dio che viene dalla sua parola e che porta la pace, passa attraverso il popolo di Israele e diventa luce per tutti i popoli della terra. Secondo il misterioso disegno di Dio, la sua parola che porta pace e salvezza, passa attraverso alcuni per raggiungere poi tutti. Siamo chiamati  qui ad approfondire un’esperienza di preghiera non solo  per noi stessi, ma per tutti. L’esperienza di Dio che stiamo facendo è per noi e deve illuminare tutti. Noi siamo al servizio di tanti, di tutti quelli che incontreremo domani e nei giorni che verranno e che stanno attendendo di incontrare Dio. Tu sei quella ”Luce per illuminare le genti”.

 

GLI OCCHI CHE SANNO LEGGERE La struttura della preghiera di Simeone è molto semplice. All’inizio c’è un imperativo:”Lascia che il tuo servo vada in pace!”; e poi tutta una serie di ragioni.”Perché i miei occhi hanno visto…!” Essa suppone una grande tensione interiore, una sofferenza vissuta per tutta la vita. Suppone che quest’uomo di fede abbia portato avanti la sua esistenza camminando da giusto e timorato di Dio, ma senza mai vedere l’oggetto della sua speranza. Ora può pregare così perché per molti anni ha desiderato ed ha atteso la gloria di Dio. Ha atteso di vedere la luce che illumina tutte le nazioni promessa da Isaia. Ora però la vede! Ecco la grande esperienza da cui nasce il suo cantico. Ora vede un bambino e parla di salvezza. Sa cogliere negli eventi semplici del Bambino Gesù portato da Maria e Giuseppe al tempio, la presenza della salvezza di Dio che si stava manifestando. Sa cogliere la grandezza di Dio nei piccoli segni, quasi impercettibili, del suo operare. E questa salvezza gli crea nel cuore la pace, la serenità, la gioia più intensa. Così erompe la sua preghiera di lode e di ringraziamento: ”Signore:grazie! Tutto ciò che ho desiderato è qui, il mio cuore è pieno, tutti i miei desideri sono saziati! Signore ti ho atteso lungamente ma tu hai saputo ricompensare la mia veglia, hai saputo stupirmi ancora una volta con la tua presenza misteriosa e potente!”.

Domandiamoci cosa significa per noi aprire gli occhi. Cosa significa per me superare le abitudini, i giudizi diffidenti e banali sulla cose, sulle situazioni, sulle persone e scoprire la novità di Dio? Oppure vivo una fede ripetitiva, un po’ appannata o grigia, dove tutto è sempre identico, dove non ci sono più slanci del cuore?

Sono ancora giovane dentro? Ho il cuore aperto alla verità, all’amore, pronto a scoprire la novità di Dio al di là delle apparenze e delle sofferenze, al di là di tutto ciò che mi può annebbiare gli occhi e la vita?

 

GESU', SEGNO DI CONTRADDIZIONE I genitori di Gesù "si stupivano delle cose che si dicevano di lui". Erano pur gente povera e semplice: come pensare di avere un figlio tanto grande, o di vedersi tra le mani un Dio fattosi così piccolo? "Poi Simeone parlò a Maria: E anche a te una spada trafiggerà l'anima". E' la grande prova della fede di Maria, quando soprattutto ai piedi della croce vedrà il suo figlio, il Figlio di Dio, schiacciato dai malvagi; la prova di divenire partecipe della sofferenza di Lui per essere con Gesù corredentrice degli uomini peccatori. E' Gesù un tipo di salvatore e di salvezza che richiede anche a noi oggi tutta la crocifissione di un cuore che va al di là d'ogni calcolo umano, e un assoluto e totale abbandono di fede in Dio. Primizia e immagine della Chiesa è questa Maria madre di Gesù. Rovina o risurrezione per molti è Gesù a secondo appunto che si diviene capaci o meno della stessa fede rischiosa ed eroica di Maria. Dio si rivela grande e piccolo, vincente e perdente, amante dell'uomo ed esigente fino alla radicalità della fede pura; non è pacifico e facile accettare un salvatore così! Più di una volta Gesù stesso aveva parlato dell'ambivalenza della sua immagine; e parlava in parabole proprio per lasciare quello spazio di ambiguità che fosse riempito dalla fiducia e dalla fede del credente. Non per nulla nel racconto Luca insiste sul fatto che siano due "poveri di Jahvè", Simeone e Anna, a riconoscere Gesù, non i capi e i sommi sacerdoti: poveri del Signore perché appartenenti a quella lunga schiera di uomini di fede, a quel piccolo resto di Israele, che puntavano tutto sulla salvezza del Messia atteso. Tale è la condizione anche per noi per riconoscere e accogliere il Dio che si rivela in Gesù: l'essere quei piccoli cui solo è rivelato il mistero di Dio. E' la piccolezza della fede, che non presume di sapere e risolvere la vita da sé, ma accetta la visione delle cose dalla Parola di Dio e si abbandona fiducioso nel Dio che si offre fratello e salvatore all'uomo che si riconosce bisognoso del suo amore e della sua pienezza di vita. Appunto l'uomo che, come Maria, come Simeone e Anna, sono mossi dallo Spirito:"Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14). La fede è disponibilità del cuore a lasciarsi guidare dallo Spirito di Cristo.



[1] Ad fructus uberes, p. 158 (Bolla di approvazione III Regola)

[2] Inter Caeteros, p. 171 (Bolla di approvazione della IV Regola)

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco

Frasi di San Francesco da Paola

  • L’orazione pura e assidua dei giusti è una grande forza, e, come fedele ambasciatore, compie il suo mandato penetrando là dove non può arrivare la carne.

  • Amatevi a vicenda e fate tutto in carità.

  • Chi ben fa sempre prega.

  • Benedetto sia il Signore che si è degnato soccorrerci nella nostra necessità e usarci misericordia. 

  • Abbiate ferma fede. Abbiate grande fede in Gesù Cristo.

  • La povertà di spirito è rinuncia alle preoccupazioni temporali e all’affanno di questa vita transitoria; è spianarsi il camino verso Dio; è astrazione della giustizia terrena, fedele osservanza della legge divina, fondamento di pace e di intemeratezza.

  • A chi ama Dio tutto è possibile.

  • Tutto ciò che facciamo per amore di Dio è possibile e facile, perché Gesù Cristo benedetto sempre supplisce a ciò che manca alle nostre deboli forze. 

  • Per carità di Dio!...

  • L’eterno Dio Padre, il Figlio suo Gesù Cristo e la gloriosa sua Madre la Vergine Maria vi aiutino sempre e vi guidino alla salvezza dell’anima e del corpo, e vi facciano progredire di bene in meglio fino alla fine.

  • Invano si comincia il bene se lo si lascia prima della morte; la corona vien data in premio solo ai perseveranti.

  • Ciò che nascondiamo al mondo non si può nascondere a Dio: convertitevi sinceramente.

  • La preghiera, la contemplazione delle cose celesti sono il vero e più naturale nutrimento della nostra anima, le sue sole delizie e la suprema felicità.

  • Amate Dio sopra ogni creatura, ed il prossimo; abbiate la mente rivolta a Cristo, che per la sua grande clemenza vi renderà buoni nella vita dell’anima.

  • Vedete, fratelli, quanto il nostro buon Dio ama la pace; amatela, miei cari, anche voi, e conservatela ad ogni costo, detestando sempre gli odi e le discordie, perché siamo tutti figli del Dio della pace e della carità.

  • Ti accompagni sempre la grazia di Gesù Cristo benedetto che è il più grande e il più prezioso di tutti i doni. 

  • La pace è una santa mercanzia che non si compra se non a prezzo assai caro. 

  • La devozione non sta nelle pezze ma nelle buone opere. 

  • Cercate di vivere nel bene, con ogni bontà e purità, nel santo timor di Dio. 

  • Lo Spirito Santo sia sempre infuso nella vostra anima.

  • Il Nome di Gesù è dolcissimo; fa parlare i muti … Questo è il Nome al quale genuflettono Cielo, terra e inferno.