Giovedì, 24 Ottobre 2013 12:20

La notte di Halloween

La notte di Halloween e la festa cristiana dei santi: opposizione o continuità?

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana; è parola composta da hallow, ‘santificare’, ed eve, abbreviazione di evening, ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow's Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.

La chiesa cattolica fa memoria, infatti, l’1 novembre di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano. Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P. Gulisano e B. O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana: “Si trattò di qualcosa che poteva avvenire in quello straordinario crogiolo di popoli, culture, tradizioni che fu il Medioevo, dove il Cristianesimo agì come forza eccezionale per unire, salvare, selezionare, elaborare tutto ciò che proveniva da prima di sé, vagliando ogni cosa e trattenendo ciò che aveva valore. Fu un'opera colossale, con la quale, alla fine, la giovane Chiesa non edificò soltanto se stessa, ma l'intero edificio della civiltà europea, fatto di culture, lingue, usi, costumi e, naturalmente, celebrazioni. Per quanto possibile si cercò di ricondurre tutto ad un'unità, seppur rispettosa delle particolarità, delle specificità. Fu il caso delle feste, dove si giunse ad impiantare la liturgia cristiana sul terreno delle tradizioni precedenti, tenendo conto di quelle che erano i tre grandi elementi costitutivi del mondo europeo: la tradizione romana, quella celtica e quella germanica”.  La festa celtica di Samhain “era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l'ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l'anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l'amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.

L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.

P. Gulisano e B. O’Neill prendono per mano il lettore e gli fanno conoscere, innanzitutto, alcuni aspetti dell’antico modo celtico di scandire con le feste il tempo:

Samahin era “il capodanno celtico posto all'inizio dell'inverno, anche se in realtà a metà strada tra l'equinozio d'autunno e il solstizio d'inverno; si differenziava nettamente da altre antiche culture europee, in particolare quelle delle civiltà mediterranee, per le quali l'inizio dell'anno era posto all'equinozio di primavera. Chiari echi di questa tradizione si sono conservati nel nome stesso di questa stagione (primum vere in latino significa ‘prima stagione’) o nel nome del mese di aprile, letteralmente il mese che apriva l'anno”.

Era legata a questo periodo dell’anno l’immagazzinamento delle provviste che dovevano servire per i mesi invernali, che erano la garanzia della continuità della vita. L’uomo ripeteva così il ritmo della natura che sembrava morire con i suoi semi che scomparivano sotto la neve, ma che sarebbero tornati a dare nuova vita. Nei villaggi si accendeva nella notte il nuovo fuoco e la sua luce veniva poi portata in tutte le case. Ma i simboli della vita che si preparava nascostamente a rinascere toccavano anche i morti. Infatti, “si credeva che le anime di coloro che erano venuti a mancare durante l'anno avessero il permesso di tornare sulla terra”, nel giorno di Samhain.

“Il significato di Samhain per gli antichi Celti era dunque quello di un vero e proprio ‘passaggio’, il sostituirsi di un tempo e di un ordine all'altro. Le feste dedicate ai defunti e agli antenati, quindi alla fecondità garantita da chi ha già affrontato il ciclo naturale della morte e della rinascita, sono comuni a molti sistemi etnoreligiosi. E, nelle ‘feste dei morti’, è abbastanza comune che essi rechino anche dei doni ai vivi: il morto appartiene all'immaginario dell'eterno ciclo naturale del nascere e dello spegnersi, del letargo e del rifiorire della natura. La grande festa autunno-invernale di Samhain era dunque anche dedicata ai morti e principalmente agli antenati”.


Il passaggio da questa antica tradizione a quella rinnovata di Halloween avvenne nell’VIII secolo, ad opera dei vescovi e dei monaci del regno dei Franchi ed, in particolare, per iniziativa di Alcuino di York:  “Se il culto dei singoli martiri e santi risale ai primissimi secoli, a partire dalla fine del IV secolo si sentì in Oriente l'esigenza di celebrare tutti i santi, conosciuti o ignoti, in un'unica festa: la Chiesa siriaca durante il tempo pasquale, la bizantina la domenica successiva alla Pentecoste... Ogni chiesa locale manteneva tuttavia il proprio calendario e venerava i propri santi. Nelle aree d'Europa di più forte tradizione celtica il ricordo di Samhain era ancora vivido e così si decise di coniugare il culto dei santi all'antica ricorrenza. Così l'episcopato franco istituì nell'VIII secolo la festa di Ognissanti: il principale promotore di tale iniziativa fu Alcuino di York, monaco sassone di formazione irlandese, che era uno dei più autorevoli consiglieri di Carlo Magno. Egli, che ben conosceva le forme di religiosità precristiana delle isole britanniche, sapeva quanto fosse stata importante per le popolazioni dell'area celtica la festa di Samhain, e quanto fosse necessario cristianizzarla, sottolineando l'aspetto della santità e della comunione dei santi, legame tra le generazioni di cristiani, dei presenti e di coloro che ci hanno preceduti. Questa felicissima intuizione teologica ebbe seguito: pochi anni dopo, l'imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV, ispirato a sua volta da consiglieri come il vescovo di Fiesole e il missionario irlandese Donagh (conosciuto in seguito come san Donato di Fiesole), estese tale festa a tutto il regno franco. Fu circa alla metà del IX secolo dopo Cristo che la ricorrenza di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata, collocata alla data del 1° novembre e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera del Papa Gregorio IV. Ci vollero tuttavia ancora diversi secoli, perché la festività di Ognissanti fosse obbligatoria in tutta la Chiesa Universale, il che avvenne grazie al pontefice Sisto IV nel 1475.

P. Gulisano e B. O’Neill raccontano come ben presto si decise di legare alla festa dei Santi anche la commemorazione di tutti i Defunti, di coloro che non erano morti in piena santità di vita, perché si pregasse per loro e perché si coltivasse la speranza certa della loro salvezza e della loro intercessione per i loro cari in terra: “La stretta associazione con la commemorazione dei defunti, celebrata il giorno successivo, fu istituita solo nel 998 dopo Cristo, trovando slancio nell'ambiente monastico benedettino. Fu infatti Odilone di Cluny a dare l'avvio a quella che sarà una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. In quell’anno egli diede disposizione affinché i cenobi dipendenti dall'abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un'eucaristia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un'usanza che ben presto si diffuse in tutta l'Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi”.

Era così compiuta la piena valorizzazione dell’antica tradizione celtica nella fede cristiana. Le due celebrazioni cristiane dei Santi e dei Defunti annunciavano ora che non era stato un errore credere che i morti potessero visitarci. Il Cristo era venuto a rinnovare questa fiducia su di una base molto più salda, dando agli uomini un dono che superava ogni loro desiderio, la comunione reale e continua della chiesa della terra e di quella del cielo. È utile a questo punto soffermarsi a cogliere le conseguenze educative di questa ricostruzione storica: il binomio Samhain-Halloween può sempre di nuovo essere raccontato in primo luogo perché i bambini non abbiano paura dei santi e dei morti, ma imparino a confidare nell’assistenza di coloro che sono già in cielo, in secondo luogo perchè sappiano che esiste un modo per amare chi non è più su questa terra e che esso consiste nel pregare per loro, in terzo luogo perché i piccoli possano riflettere sui desideri profondi del cuore umano che non si rassegna a vedere scomparire nel nulla i propri cari e sulla bellezza del vangelo che mostra che questi desideri non restano inappagati, ma vengono realizzati dalla misericordia di Dio, in quarto luogo perchè possano comprendere la ricchezza della storia della chiesa e l’atteggiamento del discernimento che sempre la deve caratterizzare. Una questione si impone, però, ancora, secondo le ricerche dei due Autori, e non può essere elusa: se questo è il percorso storico che ha portato alla nascita di Halloween, da dove viene, allora, l’aspetto macabro che caratterizza i modi celebrativi che il marketing economico sta imponendo alle nuove generazioni? I due Autori, nel prosieguo della loro ricerca, mostrano come sia avvenuto che la festa sia stata svuotata sia della speranza che animava il mondo celtico pagano, sia del suo compimento che aveva caratterizzato la sua rilettura cristiana: “Nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l'immagine inquietante di Halloween. Secondo queste versioni, Samhain sarebbe stato il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all'altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna. In realtà ciò che gli antichi Celti celebravano a Samhain era la sacra relazione della vita con la morte. Niente a che vedere dunque con il terrore di morti, in cerca di nuovi corpi da possedere, o di spiriti maligni e terribili divinità dell'oscurità venute a soggiornare sulla terra e ad imprigionare e uccidere il sole. Samhain era invece la festa della comunione, dell’unità tra i vivi e i morti, dei quali non si aveva paura, ai quali si portava rispetto. Si pensava che in questo giorno i morti potessero tornare nella terra dei vivi per festeggiare con la propria famiglia, tribù o clan. Samhain era l'occasione sacra in cui la barriera che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti poteva venir meno e a questi ultimi era concesso un fuggevole ritorno sulla terra... Si spiegano così alcuni gesti tradizionali, come far trovare le luci, perché i morti potessero ritrovare la via, far trovare cibo nelle tavole, perché gli antenati trovassero i loro cari ancora vivi felici e, non avendoli dimenticati, si preoccupavano ancora di far trovare loro cibo (da qui il trich-or-treat, scherzetto o dolcetto)”. Il passaggio a questa visione non più religiosa della festa avvenne in età molto recente, nascondendo a bella posta l’antica tradizione celtica:

In epoca vittoriana furono gli strati più elevati della società ad impadronirsi della festa: era di moda, in America, organizzare feste, soprattutto a scopo benefico, la notte del 31 ottobre. Era necessario tuttavia, perché Halloween fosse bene accetta in società, eliminare ogni riferimento di tipo religioso, in particolare la visione della morte, amplificando i giochi e la parte scherzosa e ludica della festa.

Poi, contrariamente alla tradizione macabro-romantica del gusto e della letteratura, la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell'oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Halloween subì un processo di ‘de-cattolicizzazione’, e anche di ‘de-celtizzazione’. Gli antichi miti celtici di rigenerazione erano stati spazzati via dalla nuova visione orrorifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall'elemento magico-occultistico”.

Qui è necessario il discernimento educativo. I due Autori non propongono, al termine della loro analisi, una scelta educativa di opposizione alla festa. Essa può essere, invece, occasione per una riscoperta degli antichi motivi che hanno dato origine a questa tradizione, “liberandola dalla dimensione puramente consumistica e commerciale e soprattutto estirpando la patina di occultismo cupo dal quale è stata rivestita. Si faccia festa, dunque, una festa a lungo attesa, e si spieghi chiaramente che si festeggiano i morti e i santi, l'avvicinarsi dell'inverno, il tempo di una nuova stagione e di una nuova vita. Si festeggi san Martino, si mangino zucche, fave e dolci. Oratori, scuole e famiglie si impegnino in modo positivo e perfino simpatico affinché i bambini vengano educati a considerare la morte come evento umano, naturale, di cui non si debba aver paura. Tutto ciò, magari anche sotto la forma del gioco, può essere frutto di profonda riflessione e, perché no, di conversione. In fondo, non c’è nessuno che di fronte alla morte non si senta mettere in questione il proprio stile di vita, fosse pure per una volta all’anno… all’inizio di novembre”.


 

Riporto a proposito di Halloween alcune considerazioni di Padre Gabriele Amorth, esorcista della Santa Sede, gia' presidente dell'associazione internazionale degli esorcisti.

Il suo successo commerciale è incontestabile. Halloween è la festa per travestirsi, decorare la casa e il giardino, offrire caramelle ai bambini. Una festa per tutti. Ma cosa c'è dentro la zucca?

Le origini: Molti pensano che Halloween abbia avuto origine con la festa di Ognissanti. Ma ciò non è vero. Ognissanti, che ha avuto origine nella Chiesa cattolica, veniva inizialmente celebrata in maggio. Nell'anno 834 venne spostata da maggio a ottobre al fine di sovrapporsi a un'antica festa druidica che aveva luogo l'ultimo giorno di quel mese.

Le origini di Halloween risalgono agli antichi druidi celti, circa 2000 anni fa. I Celti vivevano in ciò che oggi è la Francia, l'Inghilterra, il Galles e la Scozia, e celebravano la vigilia del nuovo anno, il 31 ottobre, in onore di Samhain, il principe della morte. I Celti credevano che in questo giorno gli spiriti malvagi dei morti ritornavano per creare confusione e caos fra i viventi. La festa doveva placare Samhain e gli spiriti dei defunti.

La vigilia di Samhain e altre pratiche occulte hanno dato origine a molte delle tradizioni che oggi fanno parte di Halloween. Il nome Halloween deriva dall'inglese: il primo novembre è il giorno di tutti i Santi, in inglese "All Saints' Day", e la vigilia del 31 ottobre viene chiamata "All Hallowed Eve" ("vigilia di tutti i santi"), che è poi stato abbreviato in "Halloween".

L'importanza dell'occulto: Le origini di Halloween sono strettamente connesse alla magia, alla stregoneria e al satanismo. Gli adepti del satanismo e della magia riconoscono nel 31 ottobre uno dei giorni più importanti nell'anno: la vigilia di un nuovo anno per la stregoneria.

A causa delle sue radici e della sua essenza occulta Halloween apre una porta all'influsso occulto nella vita delle persone. L'enfasi di Halloween è sulla paura, sulla morte, sugli spiriti, la stregoneria, la violenza, i demoni. E i bambini sono particolarmente influenzabili in questo campo. L'industria cinematografica ha contribuito abbondantemente al dannoso influsso di Halloween promovendone e glorificandone i contenuti. Molte persone sono rimaste coinvolte nel mondo occulto a causa dell'influenza di Halloween e dei film, in quanto questi suggeriscono che possiamo possedere capacità soprannaturali”.

''Penso che la societa' italiana stia perdendo il senno, il senso della vita, l'uso della ragione e sia sempre piu' malata. Festeggiare la festa di Halloween e' rendere un osanna al diavolo. Il quale, se adorato, anche soltanto per una notte, pensa di vantare dei diritti sulla persona. Allora non meravigliamoci se il mondo sembra andare a catafascio e se gli studi di psicologi e psichiatri pullulano di bambini insonni, vandali, agitati, e di ragazzi ossessionati e depressi, potenziali suicidi''. Afferma Padre Amorth.

I macabri mascheramenti, le invocazioni apparentemente innocue altro non sarebbero, per l'esorcista, che un tributo al principe di questo mondo: il diavolo. ''Mi dispiace moltissimo che l'Italia, come il resto d'Europa, si stia allontanando da Gesu' il Signore e, addirittura, si metta a omaggiare satana'', dice l' esorcista secondo il quale ''la festa di Halloween e' una sorta di seduta spiritica presentata sotto forma di gioco. L'astuzia del demonio sta proprio qui. Se ci fate caso tutto viene presentato sotto forma ludica, innocente. Anche il peccato non e' piu' peccato al mondo d'oggi. Ma tutto viene camuffato sotto forma di esigenza, liberta' o piacere personale. L'uomo - conclude - e' diventato il dio di se stesso, esattamente cio' che vuole il demonio''. E ricorda che intanto, in molte citta' italiane, sono state organizzate le 'feste della luce', una vera e propria controffensiva ai festeggiamenti delle tenebre, con canti al Signore e giochi innocenti per bambini.

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Giovedì, 27 Giugno 2013 21:31

Il Deserto

Il deserto assume nella S. Scrittura diversi significati:

* luogo della lontananza da Dio;

* luogo dell’incontro dell’uomo con Dio.

 

Il deserto non è solo un luogo topografico, ma indica tutto ciò che sa di silenzio, di ritiro, di preghiera e di contemplazione. Anche S. Francesco ha fatto l’esperienza del deserto quando volle ritirarsi in solitudine per fare esperienza eremitica. Ma anche quando comprese che il Signore lo chiamava ad un altro progetto, non sono mancati nella vita di S. Francesco momenti di solitudine. Questi momenti di “deserto” non erano il segno di una chiusura all’altro, quasi di una patologia, ma servivano per approfondire sempre più la comunione con Dio, mediante la preghiera. L’esperienza di comunione con Dio, così vissuta,  ha arricchito s. Francesco e lo ha preparato alla missione. Solo così egli ha potuto parlare di Dio e testimoniarlo con la vita. Comprendiamo allora perché l’Anonimo ha potuto scrivere nella biografia del Santo che tutti coloro che a lui ricorrevano per qualunque necessità, se ne ritornavano soddisfatti per le risposte ricevute, ma soprattutto perché avevano incontrato un vero uomo di Dio.

Il deserto, è quindi, il luogo dell’incontro con Dio. L’uomo di oggi ha tanti “deserti” dove incontra Dio. Dio viene incontrato nella Parola ma soprattutto nei sacramenti.       

Questi sono segni sacri, o meglio, SEGNI EFFICACI DELLA GRAZIA, perché istituiti da Gesù per la nostra salvezza. Essi realizzano e consolidano l’alleanza tra Dio e l’umanità.

La Chiesa conferisce i sacramenti attraverso i suoi MINISTRI, i quali operano in nome di Cristo: infatti nei sacramenti è CRISTO che agisce per mezzo dello Spirito Santo. In questo modo Gesù, attraverso la Chiesa, continua a essere presente in mezzo agli uomini.

I sacramenti sono costituiti da due elementi essenziali: il SEGNO che è l’elemento sensibile, e la PAROLA, cioè la parola di Gesù e le formule che accompagnano il segno esterno, rendendolo sacramento, perché ne precisano il significato soprannaturale.

 I sacramenti realizzano la SANTIFICAZIONE PERSONALE, poiché donano la grazia sacramentale; e configurano a Cristo. Pertanto esigono, da parte di chi vi si accosta, la testimonianza della propria fede. Per questo, perché non restino senza frutto, devono essere accolti con fede, sapendo ciò che si riceve e preparandosi degnamente. I sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine possono essere ricevuti solo una volta, poiché donano una grazia particolare e permanente che imprime nell’anima un sigillo indelebile chiamato CARATTERE. 

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Domenica, 28 Aprile 2013 22:41

Riconciliazione

Il Sacramento della Riconciliazione

Introduzione
Il cristiano è chiamato a essere strumento di pace e di riconciliazione; possiamo esserlo se noi per primi siamo riconciliati con Dio e con i fratelli. Essere riconciliati vuol dire vivere in comunione con Dio e con il prossimo. La Chiesa, attraverso l’annuncio della parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti, ci aiuta a vivere riconciliati. Gesù è venuto incontro a questo desiderio, o meglio, a questa necessità dell’umanità, istituendo, in particolare, il sacramento della Riconciliazione. Attraverso di esso Gesù dimostra come l’amore di Dio sia pronto a perdonare ogni peccato, pur di accogliere un figlio che, sinceramente pentito, ritorna a lui. Questo è l’insegnamento che possiamo trarre dalla parabola a noi nota come quella del figliol prodigo.

La storia della salvezza è una storia costellata di peccato e di riconciliazione; il popolo si allontana da Dio, ma Dio, da buon Padre, va a cercare i suoi figli, offrendogli sempre la possibilità del ritorno. Perché «Dio è amore» (1Gv 4,8), ed è «ricco di misericordia» (Ef 2,4); la riconciliazione è un donodi Dio, segno del suo infinito amore, che solo l’uomo può rifiutare. Ma perché vi sia una profonda riconciliazione occorre rifiutareil peccato e la sua conseguenza, convertendola propria vita a Dio. Nella nostra società non è facile parlare di perdono, di misericordia, di riconciliazione; sono termini scomodi, fuori moda, perché purtroppo le notizie che divulgano i mezzi di comunicazione sociale parlano spesso di vendetta, di odio, di rancore, ecc. L’umanità nel suo cammino storico avverteil bisogno di sentirsi perdonata e di perdonare, perché il perdono favorisce la riconciliazione ed è indispensabile per vivere insieme; il peccato, invece, produce un senso di disagio, di incompiutezza nel cuore degli uomini. Nella misura che viviamo in comunione con Dio e con il prossimo, siamo più autentici come cristiani e la nostra stessa vita è più serena. Per vivere la riconciliazione ci vuole l’umiltà di riconoscerei propri sbagli e i propri limiti, chiedendo perdono a Dio e ai fratelli. Dobbiamo vivere ciò che chiediamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori... » (Mt 6,12).

Gesù si è fatto uomo per presentare il volto del Padre e, con il suo sacrificio sulla croce, salvare l’umanità dal peccato e riconciliarlacon Dio, poiché è «l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). La croce di Cristo rappresenta il culmine dell’amore misericordioso di Dio verso l’umanità. San Paolo scrive: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2Cor 5,18). Gesù presenta Dio come il Padre misericordioso che attende sempre il ritorno dei figli, pronto a donare il suo perdono. Egli mostra il volto misericordioso del Padre quando perdona l’adultera (cfr. Gv 8,11), la Maddalena (cfr. Lc 7,47), quando rimette i peccati al paralitico (cfr. Mt 9,2), quando, sulla croce, perdona i suoi carnefici (cfr. Lc 23,34). Ma, soprattutto, quando istituisce il sacramento della Riconciliazione, conferendoagli apostoli il potere di rimettere i peccati, agendo in suo nome (cfr. Gv 20,22-23).

La parabola del figliol prodigo è una meravigliosa catechesisulla riconciliazione. Questa parabola, in un certo modo, rappresentatutti noi quando ci allontaniamo da Dio, rompendo l’amicizia con lui, attratti dalle tentazioni e dalle lusinghe della vita. Sottolinea anche il desiderio di indipendenza da Dio, quando pensiamo di badare da soli a noi stessi. Al tempo stesso, mette in luce la grandezza dell’amore di Dio Padre pronto a correrci incontro e perdonare tutti i nostri peccati, riportandoci sempre alla dignità di figli di Dio. Gesù ci ricorda che la misericordia del Padre è infinita e perdona ogni peccato. Anche noi, sul suo esempio, dobbiamo perdonare sempre: «settanta volte sette» (Mt 18,22). Il perdono ridà fiducia e la forza di ricominciare: è amore che rialza e rimette sulla retta via. La riconciliazione deve suscitare la conversione, cioè il desiderio di cambiare vita per ritornare al Padre, perché noi siamo stati creati per vivere in comunione con Dio e con i fratelli.

 

 

 

DIVERSI NOMI PER SPIEGARE IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

Questo sacramento ha diversi nomi, secondo che si voglia sottolinearne un aspetto particolare. Innanzitutto è bene ricordare che insieme all’Unzione degli Infermi fa parte dei «sacramenti della guarigione», perché opera una vera e propria guarigione alivello spirituale, poiché estirpa le radici del peccato.

Comunemente viene chiamato sacramento della Confessioneper mettere in evidenza che dobbiamo confessare, cioè dire i nostri peccati al sacerdote, che in quel momento rappresenta Gesù che ci ascolta e ci consiglia, donandoci la sua misericordia.

Sacramento della Penitenza: con questo termine ricordiamo che questo sacramento ci deve portare al pentimento, facendo opere di penitenza per ciò che abbiamo commesso con i peccati.

Sacramento della Riconciliazione: è il termine che, meglio di ogni altro, ne spiega la finalità:
rimetterci in pace con Dio e con i fratelli. La vita cristiana darà i suoi frutti se vivremo riconciliati e in piena comunione con Dio e il prossimo.

Sacramento del Perdono: attraverso questo sacramento riceviamo il perdono di Dio che cancella tutti i peccati.

Sacramento della Conversione: questo sacramento ci rimette sulla strada giusta che porta a Dio, quindi orienta nuovamente la nostra vita verso Dio.

 

CIÒ CHE SI OPPONE ALLA RICONCILIAZIONE: IL PECCATO

Il grande intralcio verso la riconciliazione è il peccato. Oggi, purtroppo, non abbiamo più il senso del peccato, perché si è smarrito il confine tra il bene e il male: tutto si ritiene lecito, purché ci piaccia. La conseguenza è il disagio spirituale: non si vive più riconciliati con Dio e il prossimo. Il peccato è un atto di disobbedienza a Dio, è rompere la comunione con Dio e con i fratelli. Alla base del peccato vi è una grande mancanza di umiltà e di carità, perché si pensa di non avere bisogno di Dio e delle sue norme; pertanto è un atto di presunzione, di orgoglio e di ingiustizia nei confronti dei diritti altrui.

Il peccato grave o mortaleporta alla morte spirituale, cioè alla morte della vita divina, nel rifiuto di Dio e del suo progetto di amore. È un atto cercato consapevolmente, con piena volontà, come ci ricorda il catechismo: riguarda la materia grave ed è commesso con deliberato consenso e piena avvertenza. È una ribellione a Dio e alla sua volontà, che si concretizza nel rifiutare la sua alleanza. È una scelta fatta con il «cuore»: «Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, e false testimonianze, le bestemmie» (Mt 15,19). I peccati gravi vanno confessati.

Il peccato veniale èuna mancanza fatta senza la piena consapevolezza e la piena volontà di offendere Dio. Tende ad affievolire il fervore spirituale e la vita di comunione, offuscando il cammino verso Dio. I peccati veniali possono essere perdonati anche attraverso le opere di penitenza; però è bene confessarli.


LA CHIESA: STRUMENTO DI RICONCILIAZIONE

La Chiesanel suo cammino terreno, ha il compito di essere strumento di riconciliazione nella società attraverso la testimonianza di carità e di misericordia, e l’annuncio del Vangelo. Per fare questo, ha ricevuto da Gesù la missione di annunciare la parola di Dio e di celebrare i sacramenti, in questo modo è strumento, o meglio, sacramento di Riconciliazione, perché mette le persone in comunione con Dio Padre e con i fratelli. La Chiesa fa sua l’accorata supplica di san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!» (2Cor 5,20). Essa ci offre gli strumenti, le occasioni per riconciliarci con Dio, attraverso l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti. La Chiesa, prima di tutto, è chiamata a essere testimone del Vangelo, facendo suo il monito: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15); il Vangelo, poi, lo possiamo sintetizzare con i due comandamenti dell’amore: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,37-39). Con i sacramenti, segni istituiti da Gesù per salvarci, la Chiesa ci mette in comunione con Dio Padre. La Chiesa promuove la solidarietà, il dialogo, la carità, la fraternità, l’unità, tutti stili di vita che favoriscono la riconciliazione e lo sviluppo del regno di Dio. Ancora san Paolo scrive:
«Rivestitevi come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri» (Col 3,12-13).

 

I DIVERSI MODI CON CUI LA CHIESA CELEBRA LA RICONCILIAZIONE

Il sacramento della Riconciliazione; può essere celebrato in tre forme diverse:

1. La celebrazione individuale, quella più comune. La Chiesa invita a confessarsi almeno una volta l’anno: a Pasqua. Ciò vale per i cristiani più tiepidi. È bene, però, confessarsi nei momenti importanti dell’Anno liturgico: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua. In occasione anche delle feste legate alla propria comunità parrocchiale, per partecipare in pienezza alla celebrazione, accostandosi all’Eucaristia. Dobbiamo avvicinarci al sacramento della Riconciliazione ogni volta che siamo in peccato mortale.

2. La celebrazione comunitaria, ma con assoluzione individuale. Si raccomanda questa forma nei tempi forti dell’Anno liturgico: Avvento e Quaresima. Nella parte preparatoria, cioè nella parte comunitaria del rito, viene sottolineato il piano ecclesiale e di comunione del sacramento.

3. La celebrazione con confessione e assoluzione generale. Questa forma è legata a particolari situazioni di pericolo, in cui è prossimo il rischio della vita. Pertanto, è ammessa solo in casi veramente eccezionali.


L’INSEGNAMENTO DI GESÙ 

«Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,21-22).

«Pietro gli si avvicinò e gli disse “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22).

 

I MINISTRI

I ministri della Riconciliazione o Confessione sono il Vescovo e il sacerdote, essi rappresentano Cristo che perdona e cancella i peccati dei suoi fedeli. Il ministro, al termine del sacramento, impone la mano e pronuncia la formula di assoluzione che termina con le seguenti parole: «... E io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». In questo momento il penitente incontra la misericordia di Dio che cancella i suoi peccati.

IL SEGNO

Il segno di questo sacramento è costituito dagli atti del penitente:

  • L’esame di coscienza: è un guardare con sincerità alla nostra vita, alle nostre azioni, alla luce dei Comandamenti e delle parole di Gesù. La coscienza è la parte più intima di noi, che ci comanda di compiere il bene e di evitare il male.
  • Il dolore dei peccati (o contrizione): sottolinea il nostro pentimento interiore, che scaturisce dal capire il danno che arreca il peccato, poiché rompe la comunione con Dio e con i fratelli.
  • Il proponimento di non commetterli più: significa impegnarci a fondo per evitare le situazioni di peccato; la preghiera è fondamentale per non cadere nella tentazione.
  • L’accusa dei peccati: è la confessione dei peccati. È mettersi davanti a Dio con umiltà, riconoscendo le proprie mancanze. Se gli atti elencati in precedenza sono stati fatti con sincero desiderio di perdono, si dovrebbe evitare il rischio di una confessione fatta in modo meccanico, cioè un noioso e monotono elenco di peccati.
  • La penitenza o soddisfazione: è la riparazione imposta dal confessore per i peccati commessi che si concretizza nella preghiera e nelle opere di misericordia corporale e spirituale. Gesti di amore verso Dio e i fratelli, che devono sgorgare da un animo pieno di gratitudine per il dono appena ricevuto.

LA SUA AZIONE IN NOI

La Riconciliazione è posta tra i sacramenti di guarigione, guarisce la ferita del peccato e rimette il battezzato di nuovo nella vita di grazia e in comunione con la Chiesa. Questo sacramento, quindi, è l’incontro con Gesù che risana le ferite della nostra anima e, attraverso le parole del sacerdote, ci perdona e ci indica la strada del ritorno al Padre. Pertanto bisogna confessare il peccato mortale, peccato in materia grave voluto con la piena avvertenza e il deliberato consenso, cioè con la piena consapevolezza. La Chiesa raccomanda, ma non è necessario, di confessare anche il peccato veniale, lieve mancanza in materia non grave, che alla lunga distrae dal cammino verso Dio.

 

L’INSEGNAMENTO DELLA CHIESA

 

Dall’Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia di Giovanni Paolo II

 

LA CHIESA, GRANDE SACRAMENTO DI RICONCILIAZIONE

«La Chiesa ha la missione di annunciare la riconciliazione e di esserne il sacramento nel mondo. Sacramento, cioè segno e strumento di riconciliazione, è la Chiesa a diversi titoli, di diverso valore, ma tutti convergenti nell’ottenere ciò che la divina iniziativa di misericordia vuol concedere agli uomini. Lo è, anzitutto, per la sua stessa esistenza di comunità riconciliata, che testimonia e rappresenta nel mondo l’opera di Cristo. Lo è, poi, per il suo servizio di custode e di interprete della Sacra Scrittura, che è lieta novella di riconciliazione, in quanto fa conoscere di generazione in generazione il disegno d’amore di Dio e indica a ciascuno le vie dell’universale riconciliazione in Cristo. Lo è, infine, per i sette sacramenti, che in un modo proprio a ciascuno fanno la Chiesa. Infatti, poiché commemorano e rinnovano il mistero della Pasqua di Cristo, tutti i sacramenti sono sorgente di vita per la Chiesa e, nelle sue mani, sono strumento di conversione a Dio e di riconciliazione degli uomini» (RP 11).

 

PROMOZIONE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE

«Suscitare nel cuore dell’uomo la conversione e la penitenza e offrirgli il dono della riconciliazione è la connaturale missione della Chiesa, come continuatrice dell’opera redentrice del suo Fondatore divino. È, questa, una missione che non si esaurisce in alcune affermazioni teoriche e nella proposta di un ideale etico non accompagnata da energie operative, ma tende a esprimersi in precise funzioni ministeriali in ordine a una pratica concreta della penitenza e della Riconciliazione. A questo ministero, fondato e illuminato dai principi di fede sopra illustrati, orientato verso obiettivi precisi e sostenuto da mezzi adeguati, possiamo dare il nome di pastorale della penitenza e della riconciliazione. Suo punto di partenza è la convinzione della Chiesa che l’uomo, al quale si rivolge ogni forma di pastorale, ma principalmente la pastorale della penitenza e della riconciliazione è segnato dal peccato» (RP 23).

 

Dall’Enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II

 

LA CHIESA CERCA DI ATTUARE LA MISERICORDIA

«Gesù Cristo ha insegnato che l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma che è pure chiamato a usar misericordia verso gli altri: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). La Chiesa vede in queste parole un appello all’azione e si sfoga di praticare la misericordia. Se tutte le beatitudini del Discorso della montagna indicano la via della conversione e del cambiamento della vita, quella che riguarda i misericordiosi è, a tale proposito, particolarmente eloquente. L’uomo giunge all’amore misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli stesso interiormente si trasforma nello spirito ditale amore verso il prossimo» (DM 14).

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco
Domenica, 28 Aprile 2013 22:39

Luce che illumina i penitenti

Luce che illumina i penitenti

Papa Alessandro VI, nell’approvare la III Regola dei Frati, cosciente che con essa si chiudeva in modo definitivo la trattativa tra Francesco e la S. Sede sulla possibilità di scrivere una Regola nuova contro le deliberazioni del Concilio Lateranense IV, consegna   alla Chiesa la quinta Regola canonica. E poiché sa di andare contro le precedenti disposizioni della Chiesa, redatte per non creare confusione per il moltiplicarsi di Ordini religiosi, dichiara che la Regola di Francesco bisogna ritenerla ispirata da Dio e in linea con la tradizione dei Padri, tanto che Francesco non deve essere considerato come padre primario  di questa Regola, ma imitatore dei Padri e diligente seguace e innovatore delle loro lodevoli prescrizioni. In considerazione di ciò, aggiunse il Papa, si può essere certi che tale Regola non genererà nella Chiesa confusione, ma luce per illuminare le genti[1].    Tale espressione sarà modificata da Papa Giulio II nell’approvare la IV Regola dei Frati, poiché Francesco dopo aver parlato della vita religiosa in genere, presenta la vocazione specifica dei Minimi: nell’Ordine si entra solo per amore alla vita quaresimale  e con l’intento di fare maggiore penitenza. Giulio II allora definirà la Regola come luce che illumina i penitenti nella Chiesa[2] , contribuendo così a determinare anch’egli in maniera definitiva il carisma dell’Ordine. Que­sta definizione precisa i due elementi richiesti per chiarire il signifi­cato di ogni famiglia religiosa nella Chiesa:

* la sua identità: l'Ordine dei Minimi è di natura penitenziale. Esso ha scelto la sequela del Cristo penitente. Il significato di questa penitenza è prettamente evangelico; essa abbraccia cioè tutto l'uomo per renderlo capace e idoneo ad entrare in rapporto con Dio e met­tersi così al suo servizio. Una penitenza che abbraccia sia la via pu­rificationis, espressa con la classica fuga dal mondo, sia la via unio­nis, che è la tensione dell'uomo verso Dio. Sono termini classici del­la teologia spirituale, che elaborano l'appello evangelico: Converti­tevi e credete al vangelo (Mc 1, 15);

* la sua funzione nella Chiesa: l'Ordine dei Minimi diventa così un segno, una luce, che serve per ricordare a tutti che la penitenza è un impegno evangelico ineludibile. Nessuno può esimersi dall'osser­vanza di questo precetto, che il Signore lega in maniera indissolubile con l'annuncio del regno. La novità di vita portata dal vangelo può es­sere assunta dall'uomo solo attraverso un cambiamento di vita (= pe­nitenza). Chiunque si mette su questo cammino di conversione evan­gelica trova Francesco di Paola, la regola e la vita dei Minimi ad incoraggiarlo, a promuoverlo, a rafforzarlo nel suo proposito.

L'espressione e ripresa da Lc 2,32, dove l'evangelista vede in Gesù colui che era stato annunziato da Isaia (42,6; 49,6) come portatore di salvezza per tutte le nazioni. I Minimi, seguendo Cristo in spirito di umiltà, diventano annunziatori della salvezza divina. Cristo ha portato a compimen­to le promesse di Is 42,6 e 49,6, ma si serve di testimoni fedeli per attualizzare la sua salvezza nel corso dei tempi. I Minimi fanno parte di questa schiera di testimoni, e si inseriscono attivamente nella linea del compimento iniziato da Cristo.

In apertura della sua bolla Giulio II definisce i Minimi come coloro che, «morti al peccato, vivono per il Dio vero, avendo deposto i desideri mondani...» ". Questo ordine di idee è certamente biblico: lo troviamo in Gal 2,19; Col 2,20; 3,5-8; Tt 2,12: il cristiano, attraverso il battesimo, è «morto con Cristo agli elemen­ti del mondo» (Col 2,20), «per vivere per Dio» (Gal 2,19).

La bolla trasferisce il concetto ai religiosi minimi. Operare una scelta radicale per Cristo, è impegno di ogni cristiano, quindi anche dei religiosi, i quali differiscono dagli altri fedeli per il modo concreto di vivere e realizzare questa scelta.

Ancora, per il Pontefice, i Minimi sono «come bravi mietitori (cfr. Mt 13, 30.39)nel campo del Signore, come veri operai nella vigna divina (cfr. Mt 20, 1-16)per estirpare efficacemente ogni giorno l'erba dei vizi, e introdurre nella patria celeste le pecore del sacro gregge ingrassate ai pascoli della dottrina salutare» (cfr. Ger 3, 15; 23, 4; Ez 34, 23; Gv 10, 1-21). Mt 13, 3-39ha una forte connotazione escatologica: alla fine dei tempi gli angeli opereranno come mietitori esperti: raccoglieranno esepareranno la zizzania dal grano, i buoni dai cattivi, eli condurranno ciascuno al proprio destino.

Nella bolla invece, i frati sono impegnati ogni giorno ad offrire a Dio i frutti della propria attività. Essi inoltre sono come i pastori di cui parla Geremia (3, 15; 23, 4):guidano i fedeli loro affidati con la misericordia e la dedizione dell'unico vero Pastore, Cristo (cfr. Gv 10, 1-21).

La bolla allude ancora a Lc 2, 32:il vecchio Simeone riconosce nel bambino Gesù la «luce» portatrice di salvezza per tutti gli uomini.

L'Ordine dei Minimi viene presentato come «luce» e guida in quello che è il suo aspetto peculiare: la penitenza. I Minimi sono maestri e testimoni eccellenti per quanti, nella Chiesa, intendono imboccare la via della penitenza.

Abbandonato il secolo, essi intraprendono la sequela di Cristo secondo il proprio stile penitenziale, in umiltà d'animo enell'ascesi esteriore.

Il loro modo di vivere è per il popolo cristiano una guida e un incitamento al retto operare quotidiano e un segno chiaro della presenza del Regno di Dioin mezzo agli uomini.

Desidero a questo punto condividere con voi alcune considerazioni sulla pagina del Vangelo di s. Luca precedentemente citata. È la pagina della Presentazione al Tempio di Gesù che la Chiesa medita il 2 febbraio.

 

UN VECCHIO E UN BAMBINO Cerchiamo prima di tutto, di capire l’umanità di questo incontro. E’ la scena di un vecchio che abbraccia un bambino, di due generazioni che – in qualche maniera – si passano la fiaccola. Il vecchio abbraccia il bambino, e abbracciando il bambino sa di abbracciare il proprio futuro. E’ contento che tra le sue braccia si sveli il segreto della vita che continua. Lui ha sperato, ha creduto: ora la sua speranza è qui, piccola come un bambino, ma piena di vitalità e di avvenire. C’è qualcosa di profondamente umano in questo incontro: l’uomo gioisce che altri continuino la propria opera, gioisce del fatto che, pure nella propria decadenza, vi sia un risveglio, un rinnovo, qualcosa che va avanti. Se questo episodio del vangelo ci insegnasse soltanto questo, sarebbe già molto valido per la vita.  Il vecchio Simeone rappresenta così ciascuno di noi di fronte alla novità di Dio. La novità di Dio si presenta come un bambino e noi, con tutte le nostre abitudini, paure, timori, invidie, preoccupazioni, siamo di fronte a questo bambino, alla novità di Dio. Lo abbracceremo, lo accoglieremo, gli faremo spazio? Questa novità entrerà davvero nella nostra vita o cercheremo di mettere insieme  vecchio e nuovo cercando di lasciarci disturbare il meno possibile dalla presenza della novità di Dio? Davvero credo alla novità di Dio, sono pronto ad accoglierla? E’ un primo momento di preghiera.”Signore fa’ che ti accolga come il nuovo nella mia vita, che io  non abbia paura di te, che non ti voglia incasellare nei miei schemi ed abitudini, che mi lasci trasformare dalla novità della tua presenza. Fa’, o Signore che, come Simeone, io ti accolga nella tua novità, in ogni cosa che, intorno a me, è vera, nuova e buona. Che io ti accolga in tutti bambini di questo mondo, in ogni vita, in ogni fermento di novità che tu metti intorno a noi, nella nostra società, nel mio cuore.”

 

E’ UN MESSAGGIO DI SALVEZZA PROPRIO PER ME Se ripetiamo e lasciamo risuonare dentro di noi le parole di Simeone ci accorgiamo che sono le parole chiave dell’esperienza di salvezza: luce, Parola di Dio, salvezza, pace, gloria, Israele, le genti… Abbiamo qui in tre righe, un compendio dei salmi e della fede dell’Antico Testamento: la salvezza di Dio che viene dalla sua parola e che porta la pace, passa attraverso il popolo di Israele e diventa luce per tutti i popoli della terra. Secondo il misterioso disegno di Dio, la sua parola che porta pace e salvezza, passa attraverso alcuni per raggiungere poi tutti. Siamo chiamati  qui ad approfondire un’esperienza di preghiera non solo  per noi stessi, ma per tutti. L’esperienza di Dio che stiamo facendo è per noi e deve illuminare tutti. Noi siamo al servizio di tanti, di tutti quelli che incontreremo domani e nei giorni che verranno e che stanno attendendo di incontrare Dio. Tu sei quella ”Luce per illuminare le genti”.

 

GLI OCCHI CHE SANNO LEGGERE La struttura della preghiera di Simeone è molto semplice. All’inizio c’è un imperativo:”Lascia che il tuo servo vada in pace!”; e poi tutta una serie di ragioni.”Perché i miei occhi hanno visto…!” Essa suppone una grande tensione interiore, una sofferenza vissuta per tutta la vita. Suppone che quest’uomo di fede abbia portato avanti la sua esistenza camminando da giusto e timorato di Dio, ma senza mai vedere l’oggetto della sua speranza. Ora può pregare così perché per molti anni ha desiderato ed ha atteso la gloria di Dio. Ha atteso di vedere la luce che illumina tutte le nazioni promessa da Isaia. Ora però la vede! Ecco la grande esperienza da cui nasce il suo cantico. Ora vede un bambino e parla di salvezza. Sa cogliere negli eventi semplici del Bambino Gesù portato da Maria e Giuseppe al tempio, la presenza della salvezza di Dio che si stava manifestando. Sa cogliere la grandezza di Dio nei piccoli segni, quasi impercettibili, del suo operare. E questa salvezza gli crea nel cuore la pace, la serenità, la gioia più intensa. Così erompe la sua preghiera di lode e di ringraziamento: ”Signore:grazie! Tutto ciò che ho desiderato è qui, il mio cuore è pieno, tutti i miei desideri sono saziati! Signore ti ho atteso lungamente ma tu hai saputo ricompensare la mia veglia, hai saputo stupirmi ancora una volta con la tua presenza misteriosa e potente!”.

Domandiamoci cosa significa per noi aprire gli occhi. Cosa significa per me superare le abitudini, i giudizi diffidenti e banali sulla cose, sulle situazioni, sulle persone e scoprire la novità di Dio? Oppure vivo una fede ripetitiva, un po’ appannata o grigia, dove tutto è sempre identico, dove non ci sono più slanci del cuore?

Sono ancora giovane dentro? Ho il cuore aperto alla verità, all’amore, pronto a scoprire la novità di Dio al di là delle apparenze e delle sofferenze, al di là di tutto ciò che mi può annebbiare gli occhi e la vita?

 

GESU', SEGNO DI CONTRADDIZIONE I genitori di Gesù "si stupivano delle cose che si dicevano di lui". Erano pur gente povera e semplice: come pensare di avere un figlio tanto grande, o di vedersi tra le mani un Dio fattosi così piccolo? "Poi Simeone parlò a Maria: E anche a te una spada trafiggerà l'anima". E' la grande prova della fede di Maria, quando soprattutto ai piedi della croce vedrà il suo figlio, il Figlio di Dio, schiacciato dai malvagi; la prova di divenire partecipe della sofferenza di Lui per essere con Gesù corredentrice degli uomini peccatori. E' Gesù un tipo di salvatore e di salvezza che richiede anche a noi oggi tutta la crocifissione di un cuore che va al di là d'ogni calcolo umano, e un assoluto e totale abbandono di fede in Dio. Primizia e immagine della Chiesa è questa Maria madre di Gesù. Rovina o risurrezione per molti è Gesù a secondo appunto che si diviene capaci o meno della stessa fede rischiosa ed eroica di Maria. Dio si rivela grande e piccolo, vincente e perdente, amante dell'uomo ed esigente fino alla radicalità della fede pura; non è pacifico e facile accettare un salvatore così! Più di una volta Gesù stesso aveva parlato dell'ambivalenza della sua immagine; e parlava in parabole proprio per lasciare quello spazio di ambiguità che fosse riempito dalla fiducia e dalla fede del credente. Non per nulla nel racconto Luca insiste sul fatto che siano due "poveri di Jahvè", Simeone e Anna, a riconoscere Gesù, non i capi e i sommi sacerdoti: poveri del Signore perché appartenenti a quella lunga schiera di uomini di fede, a quel piccolo resto di Israele, che puntavano tutto sulla salvezza del Messia atteso. Tale è la condizione anche per noi per riconoscere e accogliere il Dio che si rivela in Gesù: l'essere quei piccoli cui solo è rivelato il mistero di Dio. E' la piccolezza della fede, che non presume di sapere e risolvere la vita da sé, ma accetta la visione delle cose dalla Parola di Dio e si abbandona fiducioso nel Dio che si offre fratello e salvatore all'uomo che si riconosce bisognoso del suo amore e della sua pienezza di vita. Appunto l'uomo che, come Maria, come Simeone e Anna, sono mossi dallo Spirito:"Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14). La fede è disponibilità del cuore a lasciarsi guidare dallo Spirito di Cristo.



[1] Ad fructus uberes, p. 158 (Bolla di approvazione III Regola)

[2] Inter Caeteros, p. 171 (Bolla di approvazione della IV Regola)

Pubblicato in Angolo Rettore e Parroco

Frasi di San Francesco da Paola

  • Invano si comincia il bene se lo si lascia prima della morte; la corona vien data in premio solo ai perseveranti.

  • Lo Spirito Santo sia sempre infuso nella vostra anima.

  • A chi ama Dio tutto è possibile.

  • Cercate di vivere nel bene, con ogni bontà e purità, nel santo timor di Dio. 

  • Abbiate ferma fede. Abbiate grande fede in Gesù Cristo.

  • Per carità di Dio!...

  • Vedete, fratelli, quanto il nostro buon Dio ama la pace; amatela, miei cari, anche voi, e conservatela ad ogni costo, detestando sempre gli odi e le discordie, perché siamo tutti figli del Dio della pace e della carità.

  • La preghiera, la contemplazione delle cose celesti sono il vero e più naturale nutrimento della nostra anima, le sue sole delizie e la suprema felicità.

  • L’eterno Dio Padre, il Figlio suo Gesù Cristo e la gloriosa sua Madre la Vergine Maria vi aiutino sempre e vi guidino alla salvezza dell’anima e del corpo, e vi facciano progredire di bene in meglio fino alla fine.

  • L’orazione pura e assidua dei giusti è una grande forza, e, come fedele ambasciatore, compie il suo mandato penetrando là dove non può arrivare la carne.

  • La devozione non sta nelle pezze ma nelle buone opere. 

  • Ciò che nascondiamo al mondo non si può nascondere a Dio: convertitevi sinceramente.

  • Amate Dio sopra ogni creatura, ed il prossimo; abbiate la mente rivolta a Cristo, che per la sua grande clemenza vi renderà buoni nella vita dell’anima.

  • La povertà di spirito è rinuncia alle preoccupazioni temporali e all’affanno di questa vita transitoria; è spianarsi il camino verso Dio; è astrazione della giustizia terrena, fedele osservanza della legge divina, fondamento di pace e di intemeratezza.

  • La pace è una santa mercanzia che non si compra se non a prezzo assai caro. 

  • Ti accompagni sempre la grazia di Gesù Cristo benedetto che è il più grande e il più prezioso di tutti i doni. 

  • Amatevi a vicenda e fate tutto in carità.

  • Chi ben fa sempre prega.

  • Tutto ciò che facciamo per amore di Dio è possibile e facile, perché Gesù Cristo benedetto sempre supplisce a ciò che manca alle nostre deboli forze. 

  • Il Nome di Gesù è dolcissimo; fa parlare i muti … Questo è il Nome al quale genuflettono Cielo, terra e inferno. 

  • Benedetto sia il Signore che si è degnato soccorrerci nella nostra necessità e usarci misericordia.